Gas, la partita degli stoccaggi

Ci sono 10,5 miliardi di metri cubi da “piazzare”. Sono l’eredità di un contratto firmato nel 2010 tra Gazprom e Sinergie Italiane, una società -poi fallita- partecipata da molte utility italiane. Che per immagazzinare la materia prima hanno bisogno di nuovi impianti. In Pianura Padana.

Nel mercato italiano dell’approvvigionamento strategico del gas ballerebbero, da oggi al 2021, circa 10,5 miliardi di metri cubi da “piazzare”. Valgono oltre 2 miliardi di euro -solo per la loro movimentazione in Pianura Padana- secondo le ultime tariffe di trasporto rese note dall’Autorità per l’energia elettrica ed il gas (Aeeg).

Il gas oggetto del contendere è quello inserito in un contratto di medio e lungo periodo stipulato nel 2010 con Gazprom da Sinergie Italiane srl, società fallita nel 2012. Sinergie Italiane – una joint venture nata nel 2008 dalle multiutilities Ascopiave di Pieve di Soligo, Blugas di Mantova, ex Enia di Piacenza, Utilità progetti e sviluppo di Milano, Amga di Legnano e AEB di Seregno- nasceva con l’obiettivo di rivoluzionare il settore gassifero nazionale, mettendo sul piatto della bilancia prezzi altamente concorrenziali. Nel giro di soli 2 anni, però, il contratto “Take or Pay” con i russi non ha retto, e il gas è costato il doppio. Forse a causa dell’aumento non preventivabile del suo prezzo, avvenuto nel 2011, a seguito del disastro nucleare di Fukushima, in Giappone, o forse per un errore di valutazione. Uno tsunami societario che ha fatto registrare un buco di bilancio pari a 92 milioni di euro. Finito nei bilanci delle multiutilities che oggi ne detengono le quote post fallimento, ovvero Ascopiave spa (30,94%), Blugas spa (30,94%), Iren Mercato spa (30,94%) e AEB Ambiente Energia Brianza spa (7,18%). Le strategie energetiche di queste società potrebbero mutare gli equilibri dell’attuale panorama degli stoccaggi nel Nord Italia, con uno sguardo alle nuove frontiere lungo la Penisola. Perché da qualche parte il quantitativo di gas acquistato dalla Russia deve finire. Per poter rendere al massimo.

Il gioco delle “scatole cinesi”
Ascopiave e Blugas sembrano essere le due realtà più attive. La Ascopiave – società quotata in Borsa fondata alla metà degli anni Cinquanta nel Nord-est e attiva nella distribuzione e nella vendita del gas naturale – partecipa con il 17% in Italgas Storage srl, e fa parte quindi del progetto del campo di stoccaggio “Cornegliano” (Lodi). Un affare da 2,2 miliardi di metri cubi di gas, che nell’aprile del 2013 ha ottenuto un finanziamento di 200 milioni di euro dalla Banca europea investimenti. Situazione più ingarbugliata, invece, quella della Blugas, con un futuro da decifrare e un passato ingombrante. La Blugas comincia a farsi strada nel settore degli stoccaggi a partire dal 2002 quando – in concorrenza con la Geogas – presenta l’istanza di concessione di stoccaggio “Cugno Le Macine” a Pisticci e Ferrandina, in Basilicata. Salvo poi rinunciarvi e lasciare campo libero alla concorrente, ottenendo una quota di partecipazione. Nel 2012 la concessione di stoccaggio “Cugno Le Macine” è stata affidata alla Geogastock – nata da una scissione societaria con la Geogas srl -, una società il cui capitale appartiene per l’80% alla Energetic Source di Paderno Franciacorta (Brescia), a sua volta controllata da Avelar Energy Group, holding europea della Renova, colosso energetico guidato dal russo Viktor Vekselberg, a capo dell’impero dell’alluminio. Alla Blugas però resta il pallino dello stoccaggio e nel 2007 – tramite la consociata Blugas Infrastrutture srl – ci prova di nuovo, con la concessione Voltido, rigettata ufficialmente nel 2012, e concorrente con la concessione Piadena della Enel Trade srl. Quest’ultimo progetto – secondo un documento di Nomisma Energia datato gennaio 2014 – sarebbe ancora aperto e addirittura attribuito alla Blugas. Questo farebbe presagire la possibilità di avviare un iter per un nuovo progetto di stoccaggio (Voltido-Piadena Est, ndr) nella provincia di Cremona, nonché una joint venture tra Blugas ed Enel Trade che aprirebbe un sistema di collaborazioni in svariati progetti: gli stoccaggi “San Potito e Cotignola” (Edison al 90% e Blugas Infrastrutture al 10%) e “San Benedetto” (Gas Plus Storage al 49%, Gaz de FranceAcea al 51%), tramite Padana Energia, F2i e AXA, e la vecchia concessione di coltivazione Vescovato, in procinto di essere riattivata per l’estrazione di 4 milioni di metri cubi di gas. Una quantità irrisoria che consentirebbe alle “scatole cinesi” di piazzarsi in un territorio come quello cremonese, destinato ad accogliere il gas russo orfano della Sinergie Italiane.

A rimetterci sono i cittadini
Quello che è passato inosservato, a partire dal fallimento della Sinergie Italiane – nel giro del rigassificatore di Rovigo e dell’importazione del gas naturale liquefatto dalla Guinea equatoriale – è il buco milionario spalmato sui cittadini di Crema, Cremona, Lodi, Pavia e Rovato. Il tutto avviene ancora una volta tramite la Blugas, che dopo aver ereditato dalla Sinergie Italiane un debito di circa 27 milioni di euro, lo scarica sulla partecipata – al 46,77% – LGH (Linea Group Holding). Quest’ultima, con un capitale sociale pari a 189.494.116 euro, è nata nel 2006 dalle municipalizzate Aem spa di Cremona (30,91%), Asm Pavia spa (15,90%), Astem spa di Lodi (13,22%), Cogeme spa di Rovato (30,91%) e Scs spa di Crema (9,04%). “Apprendiamo tristemente – dichiara Enrico Duranti del Comitato ‘No Gasaran’ di Sergnano – di un possibile ulteriore stoccaggio in provincia di Cremona tra Piadena e Voltido per mano della società Blugas. Vorremmo chiarezza in merito agli affari fatti con i soldi di noi cittadini. La compravendita del gas russo effettuata dalla Sinergie Italiane sarebbe infatti costata alla LGH oltre 13 milioni di euro, con costi altissimi anche dal punto di vista ambientale: inquinamento, territori svenduti e distrutti, bollette sempre più care e beni comuni privatizzati. Le municipalizzate – conclude Duranti – devono essere pubbliche al 100% e non avere interessi in società private”.

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