Trivelle nel Mediterraneo. In arrivo nuove regole?

La Commissione “Territorio, Ambiente e Beni Culturali” del Senato ha approvato una risoluzione sulle attività estrattive nel mar Mediterraneo che, nel giro di qualche settimana, potrebbe impegnare il governo a rivedere alcune regole del settore. Sullo sfondo le pressioni della lobby petrolifera ed il tentativo del nostro Paese di far cassa con gli idrocarburi.

Questa mattina, la Commissione permanente numero 13 del Senato della Repubblica “Territorio, Ambiente e Beni Ambientali” ha approvato un’articolata risoluzione (n.52, ndr) in materia di “problematiche ambientali connesse alla prospezione, ricerca, coltivazione ed estrazione di idrocarburi liquidi in mare, anche con particolare riferimento alle conseguenze sulle coste nazionali”. Il testo dovrebbe approdare nell’aula di Palazzo Madama entro due settimane e, nel caso di iter positivo, potrebbe impegnare il governo a legiferare in merito ad un tema spinoso come quello delle estrazioni petrolifere nel mar Mediterraneo che non interessa solo il nostro Paese ma anche gli Stati frontalieri, impegnati in operazioni di ricerca e prospezioni nell’Adriatico, nel Tirreno e lungo l’asse che collega Jonio, mar di Sicilia, Malta e nord Africa.

In sostanza, mentre il presidente della Commissione del Senato “Territorio, Ambiente e Beni Ambientali”, Giuseppe Marinello, parla di “un importante passo avanti su una controversa e difficile problematica che deve, a nostro avviso, con questo atto, risarcire in qualche modo anche i territori e le popolazioni”, la trasformazione legislativa che assumerebbe la Risoluzione n.52 dopo discussioni ed emendamenti, andrebbe ad incidere sugli assetti e le strategie che le principali company di tutto il mondo hanno sancito con la famosa “Mappa del Tesoro”, svelata in esclusiva dal mensile Altreconomia, nel maggio 2013. Sul piatto ballerebbero – a detta degli analisti – riserve già accertate pari a 200 milioni di barili di olio equivalenti, ovvero 22 miliardi di metri cubi di gas ed oltre 60 milioni di barili di greggio, ai quali andrebbero ad aggiungersi altri 500 milioni di barili di olio equivalenti come potenziale residuo. Idrocarburi preziosi per le casse dello Stato, ai quali l’Italia ha deciso di non rinunciare – e certamente non con le attuali regole -, così come gli spagnoli, i francesi, gli inglesi, gli olandesi e gli americani. Da qui la necessità di regolamentare il settore delle prospezioni marine – dopo lo scossone dei decreti Prestigiacomo (2010) e Passera (2012) – con nuove regole, con la conferma delle aree marine aperte all’esplorazione e all’estrazione di idrocarburi come definito dalla loro rimodulazione avvenuta sotto il governo Letta, con una ridefinizione delle royalties – che farà discutere la lobby petrolifera, forse accontentata con l’aumento della soglia della franchigia – mirando a ridurre gli appetiti di numerosissime piccole società e consentendo la divisione dei proventi alle sole grandi multinazionali ed, infine, con la paventata modifica del Titolo V della Costituzione, come sottolineato più volte dal premier Renzi, che bypasserebbe le regioni dalle decisioni in materia di energia. Le modalità sono tutte da verificare, ma alcune basi sono già state poste dalla risoluzione approvata questa mattina.

Il documento preliminare redatto in Commissione – partendo dal presupposto che “l’attività di esplorazione finalizzata alla scoperta di idrocarburi comporta per sua natura operazioni invasive dei fondali e degli ambienti marini” e che nel “piccolo e semichiuso” mar Mediterraneo ogni anno transita il “25 per cento del traffico mondiale di idrocarburi” – vorrebbe impegnare il governo ad annullare la sanatoria per le trivellazioni a mare contenuta nel Decreto Sviluppo varato dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera; a “prevedere […] che il parere degli enti locali sulle installazioni da assoggettare a valutazione di impatto ambientale (VIA) sia acquisito e vagliato nell’ambito dello stesso procedimento di VIA, al fine di assicurare la previsione e la conseguente valutazione del parere degli Enti locali in relazione alle istanze di rilascio di titoli minerari in mare”; a ratificare le “[…] convenzioni internazionali, a cui l’Italia aderisce – ed in particolar modo del Protocollo offshore della Convenzione di Barcellona – che in ogni modo mirino a prevenire o a minimizzare gli impatti prodotti dalle attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi […]”; ad assicurare il recepimento della Direttiva 2013/30/UE sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi ed indire una moratoria per nuove attività proprio nelle more della citata direttiva; alla verifica della compatibilità con la normativa vigente di alcune operazioni di ricerca in atto nel bacino del Mediterraneo ed in acque internazionali, probabilmente non autorizzate dal nostro Paese, che “[…] data la particolare contiguità e vicinanza con la regione marina e con le coste italiane, potrebbero metterne a rischio l’integrità […]”; al raddoppio delle aliquote di prodotto (royalties) – che passerebbero al 14% per l’estrazione di greggio a mare e al 20% per le estrazioni di gas a mare – per tutte le nuove concessioni di coltivazione avviate dopo il 29 giugno 2010; a “prevedere la sospensione delle attività in zone a rischio sismico, vulcanico, tettonico […], in zone di particolare popolamento ittico […] e in zone di particolare pregio turistico ed economico”; infine, a “valutare quale sia l’effettiva produttività dei giacimenti in esercizio e ad assicurare che le imprese responsabili reperiscano le risorse necessarie a finanziare le attività di decommissioning delle piattaforme da avviare a dismissione e ad assicurare la soddisfazione delle richieste di risarcimento a cui sono tenute le compagnie petrolifere per i danni ambientali cagionati, attraverso l’innalzamento delle royalty sulle attività estrattive e sulle concessioni di coltivazione in mare”.

Quest’ultima questione – particolarmente licenziosa per quanto riguarda le attività petrolifere in terraferma – risulta essere di spinosa importanza, considerando la presenza di diverse convenzioni e direttive europee in ambito fideiussorio, non propriamente vincolanti. Alle company verrebbero imposte regole più stringenti, a fronte di una generalizzata intolleranza verso il decommissioning dei campi offshore, considerati troppo onerosi.

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