Sblocca Italia: 95 Comuni lucani a rischio trivelle

Il totale complessivo della superficie assoggettata a titoli minerari vigenti o in attesa di approvazione è di 7.322,65 chilometri quadrati, e rappresenta oltre il 78% della superficie regionale. Con la conversione in legge del decreto promosso dal governo a fine agosto, l’iter autorizzativo “passa” dalla Regione al ministero dell’Ambiente. La prima (e i cittadini lucani) non avranno più voce in capitolo. L’analisi di Pietro Dommarco, autore del capitolo “energetico” del libro “Rottama Italia”.

La legge Sblocca Italia apre scenari inquietanti per il territorio della Basilicata, a breve e medio termine. Si prospetta, infatti, una vera e propria “petrolizzazione” per gran parte della superficie regionale, che si estende per 9.992 chilometri quadrati. Se le 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi già operanti in Basilicata “impegnano” una superficie di 1.993,99 chilometri quadrati, altre 18 istanze di permesso di ricerca interessano una superficie territoriale “petrolizzabile” pari a 3.856,63 chilometri quadrati, che interesserebbero il territorio di 95 Comuni lucani. 
A questa superficie bisogna poi aggiungere quella relativa ai 10 permessi di ricerca (di cui 8 attualmente sospesi) pari a 1.358,51 chilometri quadrati, una concessione di stoccaggio in Val Basento (“Cugno le Macine” della società Geogastock spa) con una superficie di 48,16 kmq e una istanza di ri-attribuzione del giacimento marginale denominato “Canaldente” -della società Canoel- pari a 65,26 kmq. 
Il totale complessivo della superficie assoggettata a titoli minerari vigenti o in attesa di approvazione è di 7.322,65 kmq. Essa rappresenta oltre il 78% della superficie regionale.

Lo Status dei “titoli minerari unici” dopo le leggi Sblocca Italia e Stabilità.
 La “moratoria” che aveva portato ad un diniego di intesa per 6 delle 18 istanze di ricerca idrocarburi, ad esempio, è stata bocciata dalla Corte Costituzionale, con una sentenza da cui è scaturito un intervento del TAR Basilicata, favorevole alle compagnie per l’istanza di ricerca “Masseria La Rocca” (Brindisi di Montagna). 
Oggi, su tutte e 6 queste istanze pende la “spada di Damocle” dell’articolo 38 della legge n.164/2014 (Sblocca-Italia) che con gli emendamenti 552, 553 e 554 alla legge di Stabilità 2015 aumenta il “rischio petrolizzazione” di breve-medio termine. 
Tuttavia, la Regione Basilicata, a differenza di altre 7 Regioni italiane (Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia, Lombardia, Marche, Veneto), ha ritenuto di non dover impugnare dinanzi la Corte Costituzionale l’articolo 38 della legge Sblocca Italia, ed altrettanto ha fatto rispetto agli emendamenti introdotti dalla legge di Stabilità che modificano il comma 1 bis dell’articolo 38 della stessa legge (la numero 164/2014) in modo peggiorativo. Al momento, gli emendamenti petroliferi della Legge di Stabilità pare siano stati impugnati da sole due Regioni.

Gli Uffici del dipartimento Ambiente smentiscono il portavoce del presidente della Regione Marcello Pittella. Sulle istanze di permesso di ricerca “Muro Lucano” (Italmin Exploration), “San Fele” (Eni) e “Monte Foi” (Eni), l’Ufficio compatibilità ambientale del dipartimento Ambiente della Regione Basilicata -rispondendo a una richiesta della Organizzazione lucana ambientalista (Ola) sull’iter di valutazione d’impatto ambientale (VIA)- ha chiarito che “nel merito dei permessi di ricerca in questione (ndr: istanze di permesso di ricerca) nel caso in cui le società proponenti intendessero proseguire nell’iter autorizzativo dovranno presentare istanza di VIA non più alla Regione ma al ministero dell’Ambiente, alla luce delle modifiche normative introdotte con l’art. 38 del Decreto Legge 133/2014 convertito in legge n. 164 del 11 novembre 2014 (da questa data le istanze di VIA su progetto relativi ad attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi in terra ferma sono di competenza dello Stato)”. 
In sostanza per queste tre istanze, oggetto di sollecito da parte del ministero dello Sviluppo economico di rilascio di intesa regionale nel 2012, e oggi “sospese” dalla Regione -così come conferma il documento dell’l’Ufficio Compatibilità ambientale- già si applicano le procedure della legge Sblocca-Italia con la VIA in capo al ministero dell’Ambiente e non più della Regione Basilicata.

L’intesa sembra dunque rilevarsi un'”arma” in mano alla Regione depotenziata dagli stessi Uffici che hanno sospeso l’intesa in attesa del parere tecnico VIA ministeriale. Una intesa che per le fonti di parte regionale sarebbe vincolante ma non invece per le normative vigenti, e per lo più subordinata a un parere tecnico rilasciato dal ministero dell’Ambiente. Per la successiva intesa varranno a seguire le norme della legge Sblocca Italia con i pareri che, per il presidente della Regione continuano ad essere vincolanti, ma che secondo l’Organizzazione lucana ambientalista non lo sono più. Risultato: una possibile petrolizzazione dell’intera Regione, con incrementi delle estrazioni a iniziare dalle valli del Sauro e dell’Agri. Anche su questo saranno i fatti confermare o meno una delle due tesi.

La mappa attuale del rischio “petrolizzazione” della Basilicata. Per 95 comuni (vedi cartina in basso, che riguarda solo le 18 istanze di permesso di ricerca e non le attuali concessioni e permessi di ricerca, vedi tabella) si aprono scenari imprevedibili, che potrebbero assumere accelerate incontrollabili, ove si guardi agli attuali status degli iter autorizzativi per il rilascio dei pareri della VIA regionali in via di trasferimento al ministero dell’Ambiente. Oltre alle 3 istanze già di competenza del ministero dell’Ambiente (“Monte Foi”, “San Fele”, “Muro Lucano”) potrebbero aggiungersi altre 11 istanze oggetto di sollecito di rilascio di intesa regionale da parte del ministero dello Sviluppo economico già nel 2012, e/o quelle con procedure VIA già avviate. 
Una petrolizzazione che le comunità e le amministrazioni locali non vogliono e che, invece, il governo Renzi vorrebbe imporre ai territori della Basilicata.

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1 commento



  1. Virtual server - 8 dicembre 2016 at 21:38

    “La petrolizzazione ha danneggiato il territorio non solo sul piano ambientale e paesaggistico, ma pure su quello sanitario, identitario e della coesione”, sostiene. Vale a dire? “Fino a ieri, per i lucani la terra era un elemento di identificazione culturale e sociale. Nessuno dubitava dell’acqua e della salubrita dei prodotti locali. Ora invece pensano che le risorse naturali possano essere compromesse e questo cambia profondamente la loro identita. Nel loro immaginario la natura da fonte di vita si e trasformata in rischio di morte”.

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