Sblocca Italia, sì dalla Commissione Ambiente

La Commissione Ambiente della Camera ha dato il via libera al decreto legge n.133 del 12 settembre 2014, il cosiddetto “Sblocca Italia”. Il lasciapassare è arrivato dopo una seduta estenuante. Tra le novità introdotte dagli ultimi emendamenti anche un divieto per il fracking. Ora la parola passerà all’Aula lunedì 20 ottobre, per la discussione generale.

Rispetto al testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.212/2014, le proposte emendative discusse ed approvate non cambiano affatto gli obiettivi dello Sblocca Italia e l’impianto degli articoli riguardanti le “Misure urgenti in materia di energia” del governo Renzi. Forse, l’unica novità sostanziale è rappresentata dalla richiesta di modifica dell’articolo 144 del decreto legislativo n.156 del 3 aprile 2006 – richiamata dall’inserimento del comma 11-bis dell’articolo 38 – riguardante il divieto di “ricerca e estrazione di shale gas e shale oil e il rilascio dei relativi titoli minerari. A tal fine è vietata qualunque tecnica di iniezione in pressione nel sottosuolo di fluidi liquidi o gassosi, compresi eventuali additivi, finalizzata a produrre o favorire la fratturazione delle formazioni rocciose in cui sono intrappolati lo shale gas e lo shale oil”. Tutto questo “ai fini della tutela delle acque sotterranee dall’inquinamento e per promuovere un razionale utilizzo del patrimonio idrico nazionale, tenuto anche conto del principio di precauzione per quanto attiene il rischio sismico e la prevenzione di incidenti rilevanti”. Premesso questo, “I titolari dei permessi di ricerca o di concessioni di coltivazione comunicano entro il 31 dicembre 2014 al Ministero dello Sviluppo Economico, al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, all’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, i dati e le informazioni relative all’utilizzo pregresso di tali tecniche per lo shale gas e lo shale oil, anche in via sperimentale, comprese quelle sugli additivi utilizzati precisandone la composizione chimica. Le violazioni accertate delle prescrizioni previste dal presente articolo determinano l’automatica decadenza dal relativo titolo concessorio o dal permesso”. Sembrerebbe un divieto per la tecnica del fracking nel nostro Paese, arrivato dopo che la Commissione Bilancio della Camera – lo scorso 10 ottobre – ha espresso parere negativo al divieto per l’uso della fratturazione idraulica inserito dalla stessa Commissione Ambiente nel Collegato ambientale alla legge di Stabilità 2014, adducendo come motivazione l’impossibilità ad “escludere effetti finanziari negativi derivanti (da questo divieto, ndr) dalla prevista automatica decadenza dalle concessioni e dai permessi in essere”.

Dal bonus benzina alla social card
Gli emendamenti approvati all’articolo 36 (“Misure a favore degli interventi di sviluppo delle regioni per la ricerca di idrocarburi”) del decreto Sblocca Italia mandano in pensione il bonus benzina – istituito con la legge n.99 del 23 luglio 2009 – ed introducono una social card da attivare in quei territori interessati dalle attività di estrazione, così come un nuovo fondo “per la promozione di misure di sviluppo economico”. Le somme dovranno essere decise dal ministero dello Sviluppo economico e stanziate con apposito decreto, previa intesa con i presidenti delle Regioni interessate. Ricordiamo che la legge con la quale nel 2009 venne introdotto il bonus benzina prevede che il relativo fondo venga alimentato dall’aumento dal 7% al 10% delle royalties versate dalle compagnie petrolifere. Ma non è solo la social card a tenere banco. Perché, gli altri interventi emendativi all’articolo 36 – sostenuti da tutti i senatori e deputati lucani – riportano in vita il Memorandum sottoscritto dalla giunta De Filippo nel 2011 e l’articolo 16 del decreto Liberalizzazioni (n.1/2012) – convertito dalla legge n.27 del 24 marzo 2012, e “reso operativo” con il decreto ministeriale 12 settembre 2013. Si stabilisce che il 30% delle maggiori entrate fiscali (Imposta sul reddito delle società, ndr) ottenute dallo Stato – per dieci periodi di imposta successivi all’entrata in esercizio dei relativi impianti – “attraverso i versamenti dei soggetti titolari di concessioni di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma con riferimento a progetti di sviluppo la cui autorizzazione all’esercizio, di cui agli articoli 85, 90 e 91 del decreto legislativo n.624 del 1996, sia rilasciata successivamente al 12 settembre 2013”, vadano ad alimentare un fondo che mira allo sviluppo degli investimenti infrastrutturali ed occupazionali nei territori interessati da attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi. Ma a quanto ammonterebbe questo fondo? Al momento non è possibile fare delle previsioni considerando la complessità della materia. Il terreno è certamente minato, perché non bisogna trascurare quei fattori che possano produrre un azzeramento degli utili sui quali c’è il prelievo fiscale. Uno scenario possibile considerando che abbiamo a che fare con società con dei costi di attività diversificati incidenti sul bilancio generale. Le ultime novità introdotte dall’articolo 36, sono sostanzialmente conformi con la Strategia energetica nazionale, nonché strettamente legate all’aumento delle estrazioni ed a nuove autorizzazioni.

Gli stoccaggi e i gasdotti restano strategici
Le modifiche all’articolo 37 (“Misure urgenti per l’approvvigionamento e il trasporto del gas naturale”) ribadiscono il “carattere di interesse strategico” per i progetti di stoccaggio sotterraneo del gas, per i rigassificatori, per le infrastrutture della rete nazionale di trasporto del gas naturale, per i gasdotti di importazione di gas dall’estero. Opere che “costituiscono una priorità a carattere nazionale e sono di pubblica utilità, nonché indifferibili e urgenti ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n.327”. (Testo unico sulle espropriazioni per pubblica utilità). Anche se il governo, in extremis, ha presentato un emendamento – considerato inammissibile – con l’obiettivo di applicare le “disposizioni in materia di regime autorizzato di cui all’articolo 52 quinquies del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327” anche “alle opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere necessarie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti. Tali opere sono assimilate alle opere di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”.

Raddoppiare la produzione nazionale di gas e greggio.
Gli emendamenti all’articolo 38 (“Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali”) conservano la linea del Governo di “valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale”. Che continuano a rivestire “carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti ed indifferibili”. Ad eccezione delle Regioni a Statuto speciale che conserverebbero il loro potere decisorio per quanto concerne i progetti in terraferma. La prima novità è certamente legata al termine ultimo entro il quale le Regioni interessate da procedimenti di Valutazione d’impatto ambientale in corso, relativi a progetti di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Che passa dalla data del 31 dicembre 2014 alla data del 31 marzo 2015. Premesso che il titolo concessorio unico resta – e che la concessione di coltivazione ha durata di “trenta anni da prorogare […] in caso di rinvenimento di un giacimento tecnicamente ed economicamente coltivabile, riconosciuto dal Ministero dello sviluppo economico” – la seconda novità riguarda le intese tra ministeri competenti e Regioni. Sempre in regime di titolo concessorio unico, che resta. Infatti, “con decreto del Ministro dello sviluppo economico previa intesa con la regione o la provincia autonoma di Trento o di Bolzano territorialmente interessata, per le attività da svolgere in terraferma, sentite la Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie e le Sezioni territoriali dell’ufficio nazionale minerario idrocarburi e georisorse”. In sostanza, dall’articolo 38 scompare il riferimento all’intesa regionale da esprimere in apposita Conferenza dei Servizi. Quest’ultima resta, ma l’intesa regionale sarebbe un passaggio autonomo, e politico, da trasmettere nella fase precedente all’emanazione del decreto, fuori dalla Conferenza dei Servizi. E se la Regione non si esprime lo Stato può sostituirsi. Infine, “il Ministero dello sviluppo economico con proprio decreto, sentito il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, predispone un piano delle aree in cui sono consentite le attività” e le compagnie petrolifere sono obbligate “ad avere un registro delle quantità esatte di rifiuti di estrazione solidi e liquidi pena la revoca dell’autorizzazione all’attività estrattiva”. In ultima analisi il già citato divieto delle operazioni di fratturazione idraulica (fracking) in Italia.

In linea di massima potrebbero essere questi gli emendamenti “correttivi” del decreto “Sblocca Italia” che andrà in Aula lunedì 20 ottobre, per la discussione generale. Solo allora capiremo cosa resta e cosa scompare. Il voto definitivo alla Camera potrebbe esserci già mercoledì 22 ottobre. Con l’ombra del voto di fiducia.

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