Rifiuti tossici nei pozzi dismessi, Schiavone tira in ballo il Molise

A seguito della desecretazione dell’audizione del pentito di camorra Carmine Schiavone del 7 ottobre 1997, sull’interramento e lo smaltimento illegale di rifiuti tossici, trema anche il Molise. Il sospetto ricade in alcune vecchi pozzi di idrocarburi perforati a Cercemaggiore, in una concessione della Montedison.

La III Commissione consiliare permanente del Molise – nel corso della seduta monotematica tenutasi ieri (14 novembre 2013) nella sede della Giunta regionale di Palazzo Santoro, a Campobasso – ha lanciato un preoccupante allarme relativo all’interramento illegale di rifiuti tossici in diverse zone molisane. A far scattare l’allerta sono state le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone – collaboratore di Giustizia – rilasciate in un’audizione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, tenutasi il 7 ottobre 1997. Una seduta ricca di spunti i cui atti – finora secretati – sono stati resi pubblici solo lo scorso 31 ottobre 2013.

Dopo 16 lunghi anni di omertà istituzionale tornano alla luce drammatici segreti che potranno svelare una nuova mappa degli sversamenti di rifiuti effettuati dalla malavita fuori dalla Terra dei Fuochi. Un campo minato che non ha risparmiato nessuna regione del Sud Italia, scenario incontrollato di migliaia di viaggi della morte. Alcuni dei quali ricordati proprio da Salvatore Ciocca, presidente della III Commissione consiliare permanente del Molise su “Assetto ed utilizzazione del territorio”. Salvatore Ciocca – dopo aver ribadito che l’attenzione “resta alta, come confermano le azioni messe in campo in maniera sinergica dalle Prefetture, dalle Procure, dalle forze dell’ordine e dalla Regione Molise” – cita alcune aree sensibili come il “territorio della provincia di Campobasso, teatro negli ultimi anni di numerosi e inquietanti episodi, datati e tutti noti. I fusti tossici rinvenuti nel 2003 a Campomarino, nelle immediate vicinanze di terreni coltivati a grano, in contrada Arcora; i rifiuti radioattivi ancora custoditi nel centro storico di Castelmauro” e richiama l’attenzione, oltre che sull’area industriale di Termoli, anche “i pozzi utilizzati dall’Agip e dalla Montedison, negli anni Ottanta, per le reimmissioni nel sottosuolo di fluidi associati alla produzione di idrocarburi liquidi. I siti erano in funzione a Rotello e Cercemaggiore. Nello studiare gli atti pubblici che interessano il percorso istituzionale delle richieste di autorizzazione cominciate fin dal 1976 per poi concretizzarsi nella prima, concessa nel 1981 a fronte di precise richieste legate alla sicurezza dei luoghi e delle comunità è emersa anche la delibera con la quale l’allora Giunta regionale decise di sospendere le autorizzazioni dell’ impianto di Cercemaggiore a causa di sversamenti non autorizzati di fluidi non ben identificati. Una sospensione ritirata a fronte di relazioni e pareri forniti dai Ministeri Competenti. Qualche anno dopo, per l’impianto di Cercemaggiore, fu concessa – sempre dietro richiesta specifica suffragata da documenti e relazioni scientifiche, tutti citati in delibera – l’autorizzazione alla reimmissione delle acque di strato edotte dal giacimento di Masseria Spavento di Melfi, dove insistevano otto pozzi della Montedison. Oggi quei pozzi di Rotello e Cercemaggiore sono inaccessibili, sommersi da una colata di cemento armato che impedisce qualsiasi facile verifica.”.

Il presidente della III Commissione consiliare permanente, insomma, va dritto al punto, ripescando nei meandri della storia molisana sospetti e luoghi violati. Con una storia ben precisa. Per la ricerca di idrocarburi ed il loro sfruttamento nell’area di Cercemaggiore si fa avanti la Ariano Idrocarburi spa – con sede a Milano – che, nel 1961, ottiene l’attribuzione del permesso di ricerca “Cercemaggiore”. Tra il 1961 ed il 1964 – anno in cui viene conferita la concessione di coltivazione “Capoiaccio”, subentra la Selm Società Energia del Gruppo Montedison, che rinuncia al titolo minerario, divenuto appunto “sversatoio” delle acque reflue prodotte nella concessione di coltivazione “Masseria Spavento”, nell’area del Melfese, in provincia di Potenza, dove dal 1982 al 1997 furono perforati 13 pozzi. “La concessione di coltivazione Capoiaccio – come è possibile leggere nei documenti della Montedison – è ubicata al confine tra le provincie di Benevento e Campobasso […] Sul giacimento , che si situa a cavallo delle due concessioni Capoiaccio e Colli Augusti, sono stati perforati tre pozzi produttivi: Santa Croce 1 (pozzo di scoperta, nel 1962) e Cercemaggiore 1, ubicati nella concessione Capoiaccio, e Jelsi 1, ubicato nella concessione “Colli Augusti”. […] La mineralizzazione è rappresentata da un gas condensato”. Anche se si sono avute tracce di greggio. Come quelle ritrovate nel Beneventano, nella concessione di coltivazione “San Marco dei Cavoti” – di Agip/Eni – localizzata in un territorio confinante ed anch’essa “attenzionata” in passato dalla magistratura per un presunto sversamento di rifiuti tossici in alcuni dei pozzi perforati.

Ora la parola passa alla task force predisposta dalla Regione Molise, che deve guardare con attenzione proprio ai pozzi “Santa Croce” e “Cercemaggiore”. Per dare delle risposte sulla salvaguardia del territorio e la vigilanza sanitaria. Alla seduta della III Commissione consiliare permanente, si legge sempre nella nota del presidente Ciocca, erano infatti presenti “l’assessore regionale all’Ambiente, Vittorio Facciolla, il direttore generale per la Salute, Antonio La storia e il dottor Mauro Di Muzio del Servizio Prevenzione della Direzione generale della Salute”. Le morti di tumore sospette in Molise sono tante e preoccupanti, così come i traffici italiani di rifiuti che potrebbero coinvolgere i pozzi petroliferi dismessi su tutta la penisola, che superano le oltre 6000 unità.

Condividi questo articolo

Commenta questo articolo

Your email address will not be published.