L’Italia secondo il ministro

Cento pagine di Strategia energetica per sintetizzare il futuro, secondo Corrado Passera. Oltre 60 sono dedicate alle fonti fossili. Il piano dovrebbe diventare operativo entro fine anno.

Il futuro energetico dell’Italia è sintetizzato in 100 pagine, che il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, definisce una “necessità di crescita del Paese”. Necessità e crescita, dunque. Sembrerebbero queste le fondamenta e i valori della nuova Strategia energetica nazionale, attesa dal 1988 e pronta ad essere varata entro la fine del 2012. Una vera e propria road map -seppure ancora in forma di bozza- da integrare con appositi decreti in divenire, coadiuvati da quelli già scritti su “Liberalizzazioni” e “Sviluppo”. Che in termini energetici hanno già tracciato la strada da percorrere. Le priorità riguardano lo sfruttamento delle riserve nazionali di petrolio e gas in tempi rapidissimi, la riduzione delle importazioni dall’estero del 10%, l’attivazione di 180 miliardi di investimenti, la creazione di 70 mila posti di lavoro, la riduzione della fattura energetica di importazione di ben 15 miliardi ogni anno (sui 62 miliardi attuali), l’aumento del prodotto interno lordo di mezzo punto percentuale e nuove entrate fiscali per lo Stato fino a 40 miliardi di euro. Una proiezione stimata al 2020, con le principali manovre petrolifere italiane e gli operatori coinvolti che spingono, però, per un’accelerazione già dal 2016. Fra poco più di 3 anni, insomma. 40 mesi per disegnare una nuova mappa dell’energia, quella dell’Italia di Passera.

Una cartina geografica con i confini segnati, senza tratteggiature. Solo indicazioni strategiche -per la precisione sette- che vanno dalla promozione dell’efficienza energetica allo sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili, dallo sviluppo delle infrastrutture e del mercato elettrico alla modernizzazione del sistema di governance, dal rilancio della produzione nazionale di idrocarburi alla ristrutturazione della raffinazione e della rete di distribuzione dei carburanti. Fino ad arrivare allo sviluppo dell’hub del gas Sud-europeo. Perché proprio la corsa al gas, e a tutte le sue declinazioni, sembra essere il vero obiettivo della Strategia energetica nazionale. E lo si evince scorrendo analiticamente le 100 pagine della bozza, occupate da un buon 60% di definizioni e progetti che mirano a fare dell’Italia il miglior mercante nella nuova “età dell’oro”, quella del gas, appunto. Per farlo serve, innanzi tutto, vestire i panni dell’hub del gas. Ed il ministro Corrado Passera ha già confezionato il vestito, abbinandolo con la necessità nazionale di mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti, troppe volte in preda a destabilizzazioni politiche provenienti dai Paesi dell’Est e Nord-africani. Come l’ultima emergenza dichiarata tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2012, che avrebbe messo in crisi le riserve italiane facendo segnare un -30% di forniture estere. Una stima importante, considerando che il 90% del gas naturale indispensabile per usi civili ed industriali viene importato, a fronte di un fabbisogno stimato in 85 miliardi di metri cubi. Entro la fine del 2012 dovremmo produrre internamente 9 miliardi di metri cubi. Nel 2011, invece, sono stati estratti poco più di 8 miliardi da 129 concessioni di coltivazione, 82 in terraferma e 47 in mare. Numeri destinati a crescere, perché per rendere l’Italia il “magazzino” di gas per tutta l’Europa servono nuove infrastrutture, oltre che un ulteriore sostentamento all’elettricità nazionale. Oggi, infatti, il gas copre oltre il 40% della produzione di energia delle centrali termoelettriche, caso unico nel vecchio continente. Si punterebbe così al controllo di 40 miliardi di metri cubi di gas da acquistare a prezzi più vantaggiosi e poi rivendere quando conviene di più. In quest’ottica, si starebbe pensando alla nascita di una “Borsa del gas, dove poter effettuare operazioni di scambio […] avendo come controparte il soggetto gestore del mercato”, rendendoci “immuni da future crisi […], e creare un mercato interno liquido e concorrenziale pienamente integrato nel mercato europeo, con prezzi […] allineati a quelli negli altri Paesi europei”.

Nuove estrazioni, nuovi rigassificatori, nuovi campi di stoccaggio e disponibilità ad ospitare gasdotti intercontinentali. Migliaia di chilometri di tubi ed impianti che sconvolgerebbero entroterra, coste e mare. Scendendo nel dettaglio i rigassificatori potrebbero passare dagli attuali due (Panigaglia in Liguria e Rovigo in Veneto) a 9, con l’aggiunta di Porto Empedocle in Sicilia, Livorno in Toscana, Zaule in Friuli Venezia Giulia, Brindisi in Puglia, Falconara nelle Marche, Gioia Tauro in Calabria e Priolo Gargallo in Sicilia (vedi pagina 16). Magari con un occhio di riguardo ad altri analoghi impianti in progetto: Rosignano in Toscana, Monfalcone in Friuli Venezia Giulia, Ravenna in Emilia-Romagna, Porto Recanati nelle Marche e Taranto in Puglia. Stesso discorso vale per lo stoccaggio sotterraneo. Un contesto che vedrebbe aggiungersi alle 21 concessioni vigenti, altri 8 progetti, ben distribuiti tra Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Lombardia, Marche e Molise. Alcuni già approvati, come la concessione “Cugno Le Macine” della italo-russa Geogastock spa, ubicata in provincia di Matera. Ancora una volta saranno l’Abruzzo, la Basilicata, la Pianura Padana, l’Alto Adriatico e il tratto di mare di fronte la costa Sud-orientale della Sicilia ad essere maggiormente interessate, perché considerate le zone che “offrono un elevato potenziale”. Senza dimenticare, però, il mare pugliese e il Piemonte, che rischiano un aumento di concessioni e permessi di ricerca sul proprio territorio, rispettivamente dal 7 al 12% e dall’8 al 24%.

Un destino comune ad altre regioni non menzionate dal Piano energetico, come il Molise (dal 26 all’86%) e il Lazio dal 19 al 33%. Un’ecatombe ambientale, completata dall’approdo e dal passaggio di nuovi gasdotti: il Galsi (Algeria-Piombino, via Sardegna), il Tap (Caucaso-Puglia, via Grecia e Albania), South Stream (Mar Nero-Otranto) e Igi-Poseidon (Grecia-Otranto). Così come il gasdotto “Rete Adriatica”: 687 chilometri di tubo, da Brindisi a Minerbio, che dovrebbe attraversare 10 regioni, 3 parchi nazionali, un parco regionale e 21 aree protette dalla Ue (riproposto nonostante una bocciatura della Commissione ambiente della Camera). Per raggiungere tutti questi obiettivi servono investimenti. Tanti. Che però il ministero dello Sviluppo economico non contempla. Probabilmente, i nuovi progetti italiani in materia di idrocarburi passeranno al vaglio del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) che, tramite il Programma infrastrutture strategiche potrebbe sostenere con oltre 15 miliardi di euro l’avvio dei lavori. In poche parole, soldi pubblici.

Consigli preziosi. Parlare con gli uffici del ministero dello Sviluppo economico è difficile. Avere una risposta via e-mail altrettanto complicato. Abbiamo provato a porre delle domande in merito alla stesura della Strategia energetica nazionale ed alla fase di consultazione preliminare alla redazione del testo, che immaginiamo ci sia stata. Senza ricevere alcuna risposta. Di risposte ne abbiamo avute allora dal database dei resoconti stenografici della Decima commissione permanente del Senato della Repubblica su Industria, Commercio e Turismo. Ebbene, dal 19 ottobre 2010 al 30 maggio 2012, hanno avuto corso 25 sedute aventi come oggetto “Indagine conoscitiva sulla Strategia energetica nazionale”. Ad essere ascoltati numerose realtà del settore energetico ed industriale italiano, tra le quali spiccano, in ordine temporale, Sorgenia, Eon, British Gas Italia, Confindustria, Esso Italia, Enea, Eni, Enel, Edison e Po Valley. I principali operatori italiani hanno portato riflessioni tutte incentrate sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sul ruolo strategico che il nostro Paese deve assumere a livello europeo in relazione alla risorsa gas. Tutti, più o meno, in linea con Passera che ha ottenuto spunti interessanti. Compresi quelli contenuti in una memoria -sempre per la X Commissione- redatta dalla Fondazione EnergyLab a novembre del 2011. EnergyLab, si avvale di importanti soci come Regione Lombardia, molte università, Rse spa e Fondazione Edison. Nonché partner come Agesi (Associazione imprese di facility management ed energia), Anigas (Associazione nazionale industriali gas) ed Assoelettrica.

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