Shale gas, l’energia della discordia

L’annullamento da parte della Casa Bianca del summit con Vladimir Putin esprime nella maniera più netta l’irritazione di Barack Obama per la decisione del Cremlino di concedere asilo (sia pure temporaneo) a Edward Snowden, tecnico Cia autore di rivelazioni imbarazzanti.

Vedere qualcuno che le autorità americane considerano un funzionario infedele, se non un vero e proprio traditore, trattato dai russi come un perseguitato per delitti di opinione ha fatto infuriare il presidente Obama, che intervenendo a una trasmissione TV ha affermato di «non avere pazienza verso quei Paesi che trattano gay, lesbiche e transgender in maniera intimidatoria o minacciosa». Tanto per ricordare la differenza in termini diritti civili e libertà individuali tra i due regimi. Ed è facile immaginare che Putin, ex colonnello del Kgb, si debba essere divertito parecchio a recitare il ruolo del difensore dei diritti umani violati dall’arrogante superpotenza imperiale: una bella soddisfazione per lui questa inversione delle parti, non c’è che dire.

La Casa Bianca ha tenuto a precisare che il presidente parteciperà al G20, in programma a San Pietroburgo tra il 5 e l’8 settembre (ci mancherebbe altro): ma c’è da scommettere che quanto accaduto in questi giorni non rappresenti un buon viatico per quel riavvicinamento russo-americano al quale, al suo esordio, Obama sembrava tenere parecchio. Ricordate l’allora segretario di Stato Hillary Clinton quando, in un siparietto ad uso della stampa internazionale durante il suo primo incontro col ministro degli Esteri russo, schiacciava un grande «restart botton», a significare l’avvio di una nuova era – definitivamente post-postsovietica – nelle relazioni tra Washington e Mosca? Sembrano passati secoli. E in realtà i rapporti tra le due superpotenze sono peggiorati a partire dalla guerra di Libia, quando gli americani e i loro alleati trasformarono la no fly zone sui cieli libici in una licenza per eliminare Gheddafi e il suo regime. Ed è ancora la sorte di un altro regime arabo, quello siriano di Afez al Assad, ad aver esasperato la tensione tra Russia e America, con la seconda troppo incline credere che la prima si rassegnasse a considerarsi un muto spettatore di una partita giocata da altri.

Altro che collaborazione russo-americana per garantire la governance multilaterale di un mondo avviato al multipolarismo: gli sviluppi di questi ultimi anni prospettano semmai la possibile riedizione della sfida che ha dominato la seconda metà del ‘900, sia pure con altri mezzi, ma sempre e comunque allo scopo di proiettare influenza sull’intero sistema. La Russia post-sovietica, in particolare da quando al comando siede Putin, non ha mai fatto mistero di aver sostituito alle risorse ideologiche quelle energetiche. Che si tratti di tessere relazioni con la Cina o di tenere agganciate le nuove repubbliche centroasiatiche o caucasiche, o di esercitare pressioni sugli Stati europei (dalla Polonia alla Germania, dalla Francia all’Italia), le forniture di gas e petrolio rappresentano una carta importante tra le (poche) a disposizione del Cremlino. Negli anni, con questo dato di fatto a Washington hanno dovuto imparare a fare i conti, perché se l’America vanta un potere militare, culturale ed economico ben superiore alla Russia, quest’ultima non ha mai dovuto temere che gli Stati Uniti potessero competere con lei nel ruolo di provider di energia ai propri alleati. Finora.

Le cose però potrebbero presto iniziare a cambiare, se attraverso lo shale gas l’America dovesse tornare a essere quel grosso produttore ed esportatore di energia che era stato fino agli anni 40 del secolo scorso. Un’America energeticamente indipendente potrebbe essere forse tentata da forme di neo-isolazionismo; ma un’America in grado di provvedere ai propri alleati non solo protezione militare e un grande mercato comune, ma anche energia abbondante e a costi contenuti potrebbe essere soggetta alla tentazione opposta: quella cioè di riaffermare la leadership globale, rintuzzando i tentativi russi di riacquisire influenza in Europa attraverso la ragnatela dei tubi di Gazprom. Saranno i prossimi anni a dirci quale piega prenderanno gli eventi e se il ruolo dello shale gas segnerà un «nuovo secolo americano», tanto quanto l’importanza del petrolio aveva contraddistinto il «vecchio».

Condividi questo articolo

Commenta questo articolo

Your email address will not be published.