Per favorire la rivoluzione shale gas gli Usa si inventano le società senza tasse

Quando si parla di rivoluzione energetica negli Stati Uniti, ormai tutti pensano al gas e al petrolio estratto dalle rocce o dalle sabbie bituminosi. Ma il fenomeno dello shale gas e dello shale oil, è la parte più appariscente della rinascita economica degli Usa, di fatto quella che ha permesso non solo di avere materia prima a costi più contenuti (perché non si deve più importare dall’estero), ma anche di abbassare in modo consistente la bolletta energetica delle imprese.

Ma per sfruttare le grandi quantità di gas e petrolio estratti (sacrificando parte del territorio e dell’ecosistema nordamericano) è stato necessario realizzare tutta una serie di infrastrutture. Il che ha permesso lo sviluppo di società di servizi e di tecnici specializzati che è diventata parte integrante della rinascita energetica del colosso Usa.

Lo si capisce anche dagli investimenti previsti nei prossimi anni. La domanda di petrolio negli Usa è ora soddisfatta al 49% dalla produzione interna, il 34% è importato via mare e il 17% dal Canada. Ma i numeri sono destinati a cambiare, visto che il picco della produzione di shale oil si avrà intorno al 2020, quando si estrarranno 4,8 milioni di barili di greggio contro gli attuali 3,5 milioni, per cui sono previsti 31 miliardi di investimenti al 2035. Ancora di più per lo shale gas, grazie al quale gli Usa sono autonomi al 95%, ma la produzione è destinata a salire ancora, fino a raddoppiare al 2040: in questo caso gli investimenti sono previsti in 205 miliardi di dollari. E questo soltanto sul fronte dell’upstream (ricerca e produzione della materia prima); soltanto per la realizzazione delle infrastrutture della parte midstream (estrazione, stoccaggio e trasporto) sono previsti al 640 miliardi di dollari per il potenziamento delle infrastrutture. Ma cosa si sono inventati negli Usa per favorire e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture? Un nuovo di tipo di società che gode di una particolare tassazione per attrarre capitali. Si chiamano Master Limited partnership (Mlp) e in Italia se ne è parlato pochi giorni fa a Milano in un convegno organizzato da ETF Securities.

Le Mlp agiscono soprattutto nel segmento Midstream, per lo sviluppo delle infrastrutture, secondo il modello economico della strada a pedaggio, si paga per l’utilizzo del centro di stoccaggio, dell’oleodotto o la centrale di trasformazione. Il punto centrale è che le Mpl non pagano tasse sulla società ma sui dividendi che vengono distribuiti. L’altro fattore di successo è aver reso “liquide” le azioni con un prezzo certo, essendo scambiate sui mercati azionari. Il rendimento medio annuo è attorno al 6% e distribuiscono la maggior parte dei flussi di cassa operativi. mentre la correlazione tra Mlp e azioni Usa, petrolio Wti e gas naturale è stata rispettivamente 0,68, 0,52 e 0,18. Ma cosa qualifica una Mlp? Il fatto di avere almeno il 90% del suo reddito da fonti “qualificate”, quindi relative alle risorse naturali, che includono esplorazione, sviluppo, estrazione, raffinazione, trasporto, stoccaggio e commercializzazione delle risorse naturali. ma non sono incluse, per esempio, stazioni di benzina o utenze di gas. Tra l’altro lavorando sul modello di “strada a pedaggio” – mettendo soltanto a disposizione l’infrastruttura – non acquistano materia prima e non sono sottoposte alla loro fluttuazione dei prezzi. Al momento, negli Usa le Mlp quotate sono 116 con una capitalizzazione di mercato di 591 miliardi di dollari.

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