Spazzatour: l’Italia brucia e non ricicla

Qui Lucania: rifiuti in giro. I camion attraversano la regione spostando “merce” da una discarica all’altra: anche questo è business.

Percorrendo la Basentana, la statale che collega Potenza a Metaponto (Mt), incrociare camion carichi di rifiuti è la normalità. Tra i calanchi del materano così come lungo il Basento, uno dei principali fiumi lucani. Di giorno come di notte, a tagliare in due la Basilicata verso le discariche di Pisticci, Pomarico, Tricarico, Salandra in provincia di Matera, e l’area industriale della Valbasento. Qualche casa sparsa e poche luci intorno. Tanto verde e tanti rifiuti, urbani e speciali, in un vero e proprio coast to coast della “monnezza”.

Perché in Basilicata movimentare i rifiuti, trasportarli da una discarica all’altra, è un business, una nuova economia – a volte anche illegale – sviluppatasi negli ultimi 20 anni: sono 67 le aziende, non tutte in attività, specializzate nella raccolta e nel trasporto dei rifiuti urbani, censite dall’Albo nazionale dei gestori ambientali del ministero dell’Ambiente. Un’azienda ogni due Comuni (che sono 131), nella regione italiana che produce meno rifiuti urbani per abitante: 382 chilogrammi/anno, 224.963 tonnellate/anno totali. Questo potrebbe rappresentare un’eccellenza: meno rifiuti produci, più facile è il processo che porta a differenziarli. Ma questo non avviene. Tutto passa in secondo piano a causa di una percentuale di raccolta differenziata che non supera l’11,3%, secondo l’ultimo Rapporto Rifiuti 2011 redatto dall’Ispra, su dati riferiti al 2009. Un sistema che rende miraggio la soglia del 65% di differenziata da raggiungere entro il 2012. Un sistema controcorrente che fa registrare tariffe fuori controllo della Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu) ogni qualvolta si decide di innescare la movimentazione dei rifiuti, a suon di determinazioni emergenziali, a turno tra le 15 discariche regionali adibite allo smaltimento finale e con un punto fermo: l’unico inceneritore in funzione nella piana di San Nicola di Melfi. Infatti, smaltire una tonnellata di rifiuti solidi urbani costa 210 euro, come lamentano i sindaci dei comuni del Potentino. Un prezzo esorbitante che va ad incidere sul reddito dei cittadini. Basti pensare che a Paterno, un piccolo centro della Val d’Agri, la Tarsu per un nucleo familiare di 4 persone e un appartamento di 90 m2 è lievitata fino ad un importo di ben 324,10 euro all’anno. A Milano, una metropoli, per l’Osservatorio “Prezzi & Tariffe” 2010 di Cittadinanzattiva, la Tarsu media ammonta a 262 euro all’anno. 174 euro a Firenze, così come Potenza, il capoluogo lucano. Un costo elevatissimo, al quale va aggiunto quello ambientale: oltre 500 le discariche abusive sparse in regione sulle 4.800 presenti in Italia (secondo uno studio della Commissione europea), percolato nei fiumi e scarichi incontrollati.

Le amministrazioni locali però hanno steso Piani provinciali dei rifiuti costruiti sostanzialmente su ampliamenti di discariche, incenerimento anche presso cementifici e centrali a biomasse e produzione di Cdr, quel combustibile solido ottenuto dal trattamento dei rifiuti urbani che in Basilicata, grazie a una delibera della Giunta regionale (la 2208 del 2005), può essere bruciato appunto nei cementifici e nelle centrali a biomassa. Va verso questa direzione, infatti, il Piano provinciale dei rifiuti della Provincia di Matera -redatto con la consulenza di Salvatore Masi dell’Università degli Studi della Basilicata- nel quale spuntano 4 centrali a biomasse da 15 a 47 MW, 4 stazioni di trasferimento e conferimento e un impianto di compost grigio a Colobraro, dove i rifiuti dell’intero materano diventeranno Css (combustibile solido secondario), il moderno Cdr.

“Il Piano provinciale di Matera – denuncia l’Organizzazione lucana ambientalista – oltre a regolamentare 83mila tonnellate di rifiuti prodotti annualmente, non rinuncia alle discariche, facendo emergere anche il problema delle ceneri prodotte, pari a circa un terzo del volume dei rifiuti bruciati (circa 30mila tonnellate), stoccate fuori regione come rifiuti speciali pericolosi, a circa 400 euro a tonnellata”. “Andrebbe capitalizzato meglio – afferma sempre la Ola – il finanziamento di 9 milioni di euro accordato alla Provincia di Matera da ministero dell’Ambiente (7 milioni, ndr) e Regione Basilicata (2 milioni, ndr), utilizzabile per proporre un trattamento a freddo dei rifiuti e non termico, e specificando linee guida per incentivare la raccolta differenziata”. Il Piano provinciale dei rifiuti di Matera – emendato già tre volte e non ancora giunto a una bozza definitiva -, che da un lato tenterà di potenziare la gestione dei rifiuti di imballaggio (grazie ad un accordo con il Consorzio nazionale imballaggi) e ad avviare barlumi di raccolta “porta a porta”, dall’altro prevede ancora impiantistica spinta alla produzione di combustibile idonea per alimentare cementifici e centrali a biomassa. Di virtuoso sembra esserci solo la capacità di movimentare ed incenerire i rifiuti, favorendo il ciclo di interessi che va da chi gestisce le discariche, a chi trasporta i rifiuti, a chi li brucia, a chi scriverà i bandi per la realizzazione di impianti Css/Cdr.

Le lobby. Sono nomi piccoli e grandi di una lobby che controlla molti degli affari energetici in Basilicata. L’emblema di come si guadagna di più smaltendo rifiuti pericolosi rispetto agli urbani è Tecnoparco spa -partecipata tra Consorzio per lo sviluppo industriale della provincia di Matera (40 %), Veolia (20 %), Finpar spa (20 %) e Sorgenia spa (20 %)-, centro nevralgico dello smaltimento dei rifiuti speciali, anche tossici e nocivi, provenienti soprattutto da fuori regione. Autorizzata in deroga dalla Regione a smaltire 351.000 tonnellate all’anno di reflui civili ed industriali extraregionali, per lo più sostanze in arrivo dagli stabilimenti di San Donato Milanese (Mi), Porto Torres (Ss), Casoria (Na), Somma Vesuviana (Na), Napoli, Priolo (Sr), Gela (Ag), Taranto e Crotone. E i numeri non mentono: in 10 anni il traffico stimabile è pari a 3,5 milioni di tonnellate, che hanno incrementato -come più volte riportato dalla cronaca locale- anche smaltimenti e ritrovamenti di discariche illecite.

600 mila tonnellate di rifiuti industriali. Secondo il dossier rifiuti 2011 della Legambiente, con risultati riferiti al biennio 2007-2008, in Basilicata si registra una produzione di rifiuti industriali sette volte superiore a quella della Sicilia e tre volte superiore a quella di Calabria e Campania. “Scarti pari a 600.335 tonnellate nel 2007 e a 553.349 tonnellate nel 2008. Un trend in crescita rispetto agli anni precedenti (+41% per i rifiuti non pericolosi e +148% per quelli speciali pericolosi)”. Un ciclo sporco che, in molti casi, necessita di un indotto. Fatto di discariche.

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