Stoccaggi e sismicità: la replica di Stogit

Dopo la nostra pubblicazione (“Un terremoto per il gas”) della prescrizione sulla microsismicità indotta per il progetto di stoccaggio di gas in sovrappressione a Sergnano, in provincia di Cremona, Snam e Stogit hanno sentito l’esigenza di chiarire alcuni aspetti trattati, in un incontro tenutosi nella nostra redazione. Eccone il resoconto.

Negli ultimi mesi il sistema degli stoccaggi di gas in Pianura Padana, le strategie nazionali di approvvigionamento, le grandi manovre energetiche finalizzate alla realizzazione dell’hub del gas, nonché l’impatto ambientale di questo tipo di attività a rischio incidente rilevante (direttiva Seveso, ndr), sono state al centro del nostro interesse. Non ultima la pubblicazione (“Un terremoto per il gas”, ndr), in anteprima, della prescrizione sulla microsismicità indotta – sollevata dal ministero dell’Ambiente a Stogit in sede di Valutazione d’Impatto Ambientale – per il progetto di stoccaggio di gas in sovrappressione a Sergnano, in provincia di Cremona, che ha suscitato più di qualche preoccupazione. Comprese quelle di Snam e Stogit che hanno sentito l’esigenza di chiarire alcuni aspetti trattati, in un incontro tenutosi nella nostra redazione. E per farlo la società ha deciso di avvalersi del supporto di un esperto indipendente, Fedora Quattrocchi, dirigente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, con la quale Stogit collabora da anni nell’ambito delle proprie attività.

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, per legge e per statuto – ci ha spiegato la sismologa Fedora Quattrocchi – è un ente del ministero della Pubblica Istruzione e convenzionato con la Protezione Civile, che effettua controlli sulla sismicità 24 ore su 24. Pertanto, uno dei nostri compiti è quello di portare avanti un lavoro di ricerca, pubblico e trasparente su tutto il territorio nazionale ed anche in seno alle attività di stoccaggio, quando chiamati in causa dagli operatori”. In questo modo i tecnici sono arrivati a ricostruire “la storia di tutte le faglie”, comprese quelle della Val Padana, studiata per vari motivi, sia per ricerche interne, sia per i diversi usi del sottosuolo. “I siti di stoccaggio italiani – continua la Quattrocchi – sono tutti localizzati in zone geodinamiche attive. La Pianura Padana (che li ospita quasi tutti, ndr) è contraddistinta ad esempio da tante faglie di una fascia sismogenetica, con tempi di ritorno molto elevati. Alcune faglie si sono mosse recentemente, e per noi – se seguissimo la teoria – sarebbero le più sicure; però ogni caso, vale a dire ogni segmento sismogenetico o zone di GAP sismico, va studiato a sé. In ogni modo stiamo parlando di un’area che ha faglie molto meno sismogenetiche rispetto a quelle dell’Appennino, perché è un’area meno sismica. Ad esempio, la faglia sismogenetica di Romanengo, causa del terremoto di Soncino del 1802, essendosi mossa di recente risulta in teoria essere la più sicura per aver scaricato di recente energia sismica, però necessita di uno studio di dettaglio anche sui segmenti sismogenetici limitrofi che ancora non si sono mossi di recente. Il segmento sismogenetico di Romanengo è quello più vicino alla zona di Sergnano, che ospita lo stoccaggio, il cui giacimento sembrerebbe non avere nei paraggi faglie sismogenetiche. Ma anche in questo caso il sito specifico di Sergnano va approfondito come quello di Romanengo. Un dato importante che va nella direzione della sicurezza del “serbatoio” naturale di gas di Sergnano, è che si tratta di un giacimento vero e proprio che ha esaurito la propria fase produttiva e che ora viene utilizzato per lo stoccaggio. Si tratta inoltre di un giacimento che non ha riportato alcun danno in seguito al già citato terremoto di Soncino, che fece registrare una magnitudo pari a 6. È una buona prova per dire che il reservoir di Romanengo regge a magnitudo 6, senza fuoriuscite eclatanti, registrate nelle cronache locali di allora: questo riscontro è piuttosto unico in Italia ed è molto a favore della sicurezza. In analogia, anche Sergnano infatti, che è a circa 20 chilometri di distanza potrebbe avere le stesse condizioni di sicurezza, che INGV non ha ancora studiato nel dettaglio, ma le premesse scientifiche sono positive, tanto da poter affermare che l’area è molto favorevole a svolgere periodi di controllata “sovrappressione”, seguendo tutte le regole tecniche imposte alla Stogit dai ministeri competenti”.

E a proposito di sovrappressione e sismicità indotta – al centro della sopraccitata prescrizione del ministero dell’Ambiente – abbiamo chiesto a Fedora Quattrocchi di spiegarci se una sovrappressione innesca o meno sismicità. Se immettendo gas nel sottosuolo ad una pressione superiore a quella originaria è possibile andare incontro ad una rottura della roccia. La risposta è stata immediata: “In questo caso, se via via si rispettano da parte di Stogit le procedure di aumento delle pressioni senza eccedere il carico di rottura, non vi dovrebbero essere grandi controindicazioni , però dei casi di sismicità o meglio di micro-sismicità per la maggior parte, ci sono. Se il tutto è svolto in maniera controllata ed in sicurezza – confrontando dati sperimentali a modellizzazioni geomeccaniche, ovvero se si pressurizza fino a non raggiungere il carico di rottura, la microsismicità, in teoria, non si crea. Se invece mi chiedete di affermare che il rischio sismicità indotta è da escludersi in assoluto la mia risposta è no, perché io dico che su tutto ciò che è sottosuolo non si può dare una risposta definitiva ed assolutistica, perché il geologo non può mai mettere nero su bianco il no, però la scienza è molto precisa nel dare delle risposte. Se si opera in sovrappressione nei limiti del carico – come ritengo svolga Stogit , rimanendo ben al di sotto della metà della pressione limite – non ci dovrebbero essere problemi”.

In sostanza, stando a quanto sostenuto dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia lo stoccaggio, tecnicamente, può essere fatto in zone più o meno sismiche, ma adottando metodologie di studio di valutazione dei modelli e di monitoraggio della microsismicità indotta e dello studio delle vie di fuga dei gas, e non arrivando ad un carico di pressione limite che è quantificabile nel caso specifico di Sergnano, in 350 bar, che fratturerebbe la roccia, provocando possibile microsismicità indotta. Ma allora perché il ministero dell’Ambiente ha dato la famosa prescrizione? A rispondere a questa domanda è Renato Maroli, direttore operativo di Stogit, con il quale è stato anche affrontato il tema dell’approvvigionamento del gas strategico del nostro Paese. “Operando nello stoccaggio ci viene chiesto di monitorare aria, terra e sottosuolo. La prescrizione del ministero, che è rivolta a tutti gli operatori dello stoccaggio, non solo a Stogit, è una conseguenza logica in linea con i controlli Stogit già in atto. I monitoraggi sono sempre stati fatti, incrementati nel tempo, perché la sicurezza è al primo posto al di là, ripetiamo, della prescrizione del ministero. A mio avviso quella prescrizione è di natura cautelativa, per avere uno strumento utile per poter fermare un’attività anche se autorizzata qualora si arrivi non alla condizione limite, ma già nel momento in cui dovessero vedersi delle anomalie. E’ importante notare che una magnitudo di 3.0 rappresenta un valore rilevabile agevolmente anche dagli strumenti di monitoraggio degli istituti e centri di ricerca statali”.

Il ministero dell’Ambiente quindi ha assunto una posizione cautelativa; Snam e Stogit assicurano che le loro attività – soggette al controllo di enti e istituzioni preposti a garantire la sicurezza e l’integrità dell’intero sistema di stoccaggio – vengono portate avanti nella totale sicurezza, anche perché si configurano come la soluzione migliore per far fronte ad eventuali momenti di vulnerabilità del sistema gas, come durante le “crisi del gas” accadute di recente. “Nel ultimi anni, dal 2008 ad oggi – evidenzia Renato Maroli – abbiamo sempre avuto qualche problema di fornitura, derivante da ragioni tecniche o politiche. Quindi il problema (sostanzialmente l’aumento delle importazioni e della capacità di stoccaggio, nonché dello sviluppo delle reti, ndr) che ci si deve porre è quello di garantire continuità della fornitura di gas ai consumatori. L’Italia quindi deve dotarsi di infrastrutture per dipendere meno dall’estero e soprattutto per poter affrontare l’ elevata richiesta interna di gas, condizioni che potrebbero mutare in caso di emergenza sia climatica che di altro tipo.”. E in tutto il progetto dell’hub del gas sponsorizzato e voluto da Corrado Passera? “Il collegamento con gli altri Paesi – confermano da Snam – innescherebbe un processo virtuoso. In questo momento l’Europa non è interconnessa. Il primo obiettivo è rafforzare la sicurezza per tutta l’Europa. Manca gas in Germania? L’Italia non lo può esportare. Manca gas in Italia? La Spagna non può darcelo. Creando maggiore liquidità potremmo andare verso un abbassamento dei prezzi”. Pertanto l’aumento della capacità di stoccaggio in sovrappressione rientra nel concetto di hub del gas? “Anche questo rientra nella stessa visione”.

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