Rapporto Svimez. La Grande Depressione

Il Rapporto Svimez – presentato il 28 ottobre 2014 a Roma – ci trasmette una fotografia drammatica del Sud Italia. E certamente non rosea per il resto del Paese. Tra le regioni con il segno rosso, spicca – per alcuni parametri – la Basilicata del petrolio. Un vero e proprio paradosso. A dimostrazione che il giacimento di greggio in terraferma più grande d’Europa non fa rima con sviluppo, ma con sottosviluppo e povertà. Sociale ed ambientale.

Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno sono due le principali emergenze che meriterebbero ulteriori approfondimenti: da una parte quella sociale con il crollo occupazionale e, dall’altra, quella produttiva con il rischio di desertificazione industriale, che caratterizzano ormai per il sesto anno consecutivo il Mezzogiorno. Per il Sud è “la peggior crisi economica del dopoguerra” che “rischia di essere sempre più paragonabile alla Grande Depressione del 1929”. Uno stillicidio progressivo.

Nel 2013 occupati al Sud come nel 1977
Il Mezzogiorno tra il 2008 ed il 2013 registra una caduta dell’occupazione del 9%, a fronte del -2,4% del Centro-Nord. Delle 985 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 583 mila sono residenti nel Mezzogiorno. Nel Sud, dunque, pur essendo presente appena il 26% degli occupati italiani si concentra il 60% delle perdite determinate dalla crisi. In calo soprattutto l’occupazione giovanile: al Sud nel 2013 fra gli under 34 flette del 12%, contro il -6,9% del Centro-Nord. Nel solo 2013 sono andati persi 478 mila posti di lavoro in Italia, di cui 282 mila al Sud. La nuova flessione riporta il numero degli occupati del Sud per la prima volta nella storia a 5,8 milioni, sotto la soglia simbolica dei 6 milioni; il livello più basso almeno dal 1977, anno da cui sono disponibili le serie storiche basi di dati. E se negli anni ’70 il tasso di occupazione al Sud era del 49%, sceso nel 2013 al 42%, al Centro-Nord le cose sono andate decisamente diversamente: dal 56% degli anni settanta il tasso di occupazione nel 2013 arriva a sfiorare il 63%. Sia il 42% del Mezzogiorno che il 63% del Centro-Nord sono però tassi di occupazione decisamente lontani dal target del 75% di Europa 2020.

Disoccupati di lunga durata, impliciti e non
Nel 2013 a livello nazionale i disoccupati espliciti crescono di 369 mila unità e il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente è stato del 19,7 %. In aumento anche la durata della disoccupazione: nel 2013 al Sud il 63% dei disoccupati si trova in questa situazione da più di un anno. Nel Centro-Nord la perdita di posti di lavoro tende a trasformarsi quasi interamente in ricerca di nuovi posti di lavoro; nel Mezzogiorno solo in minima parte diventa effettivamente ricerca di nuova occupazione.

Il tasso di disoccupazione corretto: al Sud dal 19,7 al 31,5%
Il tasso di disoccupazione ufficiale rileva però una realtà in parte alterata. La zona grigia del mercato del lavoro continua ad ampliarsi per effetto in particolare dei disoccupati impliciti, di coloro cioè che non hanno effettuato azioni di ricerca nei sei mesi precedenti l’indagine. Considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo nel Centro-Nord sfonderebbe la soglia del 13% (ufficiale: 9,1%) e al Sud passerebbe dal 19,7% al 31,5 %.

In poche parole, come cerca di sintetizzare lo Svimez, il Mezzogiorno d’Italia è “sempre più a rischio desertificazione “umana e industriale, dove si continua a emigrare (116 mila abitanti nel solo 2013), non fare figli (continuano nel 2013 a esserci più morti che nati), impoverirsi (+40% di famiglie povere nell’ultimo anno) perché manca il lavoro (al Sud perso l’80% dei posti di lavoro nazionali tra il primo trimestre del 2013 e del 2014); l’industria continua a soffrire di più (-53% gli investimenti in cinque anni di crisi, -20% gli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13% in cinque anni; gli occupati arrivano a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977 e la disoccupazione corretta sarebbe del 31,5% invece che il 19,7%.”

E la Basilicata del petrolio?
La regione dove il decreto “Sblocca Italia”, secondo il governo Renzi ed il governo regionale – a fronte di un aumento delle attività estrattive – dovrebbe portare occupazione ed importanti investimenti la situazione è tra le peggiori. Con un -6,1% di riduzione del Pil la Basilicata è addirittura fanalino di coda nazionale. Un quadro desolante, in un contesto che vede tutte le regioni italiane, a eccezione del Trentino Alto Adige (+1,3%) e della stazionaria Toscana (0%) registrare cali significativi. Se si esamina il dato cumulato dei sei anni di crisi, dal 2008 al 2013, la riduzione del Prodotto interno lordo risulta per quasi tutte le regioni meridionali di entità assai forte: da oltre il -16% di Basilicata e Molise ad un minimo del -13% in Campania e Sardegna. Non va meglio per quanto riguarda la povertà di individui e famiglie. Nel 2012 il 57% delle famiglie meridionali è monoreddito, con punte del 59% in Campania e del 63,3% in Sicilia. Il 16,4% delle famiglie (con punte del 19,8% in Basilicata) ha un disoccupato in casa, il doppio del Centro-Nord (8,6%). Il 14,7% delle famiglie meridionali ha inoltre tre o più familiari a carico, più del doppio del Centro-Nord (5,9%), che arrivano in Campania al 19,8%. Non va meglio dal punto di vista dell’emigrazione. Nel 2013 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 116 mila abitanti. Non emigrano solo giovanissimi. Nel 2000 solo il 32% degli emigrati aveva tra i 30 e i 49 anni, nel 2012 la quota è arrivata al 42%, per effetto soprattutto della maggiore scolarizzazione. I laureati non costituiscono la maggioranza dei migranti, ma sono la sezione che cresce di più, da 17 mila del 2007 a 26 mila del 2012, +50% in cinque anni, un numero impressionante, se si pensa che l’area sforna tutto sommato meno laureati del Centro-Nord. A livello regionale, è il Molise a perdere più laureati, essendo tali 1 migrante su 3 in regione. Se anche nelle altre regioni meridionali la percentuale di laureati sul totale dei migranti supera il 20%, tolto il Molise, si segnala quote importanti in Basilicata (29%), Abruzzo (28,7%), Puglia (27,6%).

Il resto del trend negativo, ad esempio, dal punto di vista della diminuzione dell’occupazione, del calo delle esportazioni e del calo della popolazione residente negli ultimi 13 anni, è possibile leggerlo nella tabella che segue.

Dal Rapporto Svimez 2014
Dal Rapporto Svimez 2014
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