Trivelle d’Italia, le risultanze di un’inchiesta giornalistica

“Trivelle d’Italia, le risultanze di un’inchiesta giornalistica”. E’ questo il titolo dell’intervento tenuto da Pietro Dommarco nel corso del convegno “Trivelle d’Italia” – che ha preso il nome dal libro uscito a giugno 2012 per Altreconomia – organizzato da WWF, Legambiente e Greenpeace il 9 ottobre 2012 nella sala conferenza del Palazzo Bologna, Senato della Repubblica. Di seguito, la relazione in sintesi.

Affrontare ed analizzare dal punto di vista giornalistico il tema delle estrazioni petrolifere, e dell’intera filiera del petrolio, significa andare principalmente alla ricerca di risposte tangibili. Da Sud a Nord e viceversa. Solo fotografando le comunità del nostro Paese interessate da queste attività è possibile conoscere i risvolti legati a consumo del territorio, ad impatti ambientali, incidenza sanitaria e ricadute economiche. Quattro direttive lungo le quali si sviluppa “Trivelle d’Italia”, e sullo sfondo un contesto normativo, da rivedere, che sembra essere totalmente sbilanciato verso le compagnie petrolifere, perché sostanzialmente fondato su impianti giuridici iniqui o deboli. Basti pensare, ad esempio, alle compensazioni ambientali – le più basse del Mondo – e alla franchigia, ovvero quel limite minimo di quantità di greggio e di gas estratti al di sotto del quale gli operatori non versano royalties. A tal proposito, un esempio emblematico di estrazione a totale esenzione di compensazione ambientale per i territori è quello della concessione di coltivazione Eni “San Marco dei Cavoti” in provincia di Benevento. Circa 800 mila barili di greggio estratti dal 1981 al 1993, con una conseguenza reale: guadagni per le imprese coinvolte e forme di povertà diffuse. Inoltre, sui 3 pozzi di questa concessione, negli anni Ottanta fu avviata un’indagine della Magistratura, poi chiusa, circa il sospetto di un possibile smaltimento illegale di rifiuti tossici nei pozzi perforati. Lo stesso vale per gli attuali limiti costieri, troppo permissivi e quasi impercettibili, entro i quali non è possibile effettuare attività di prospezione, ricerca e coltivazione e la conseguente “sanatoria” contenuta del Decreto Sviluppo. In poche parole, delle vere e proprie zone franche costruite – anche dal punto di vista mediatico – sul moderno concetto di sviluppo sostenibile. Che significa sfruttamento del territorio ed integrità dello stesso. Un ossimoro utilizzato per indorare la pillola. Nella maggior parte dei casi, infatti, ci troviamo di fronte a territori violati e svuotati delle loro vocazioni. Tanti piccoli fronti i cui confini non mutano a seconda della posizione geografica. Dalla Sicilia alla Basilicata, dall’Abruzzo all’Emilia Romagna, dal Veneto alla Lombardia e al Piemonte. Incluso il mare italiano che potrebbe ritrovarsi coinvolto per oltre 40 mila chilometri quadrati di permessi di ricerca.

Dal più piccolo Comune del Mezzogiorno fino alla Pianura padana ai margini delle grandi città, si scrivono storie e racconti che sembrano rispondere ad altre logiche, fondate sulla rapina delle risorse e sulla privazione – per ciascun cittadino – del proprio ruolo sociale. Così capita – volendo citare la regione più sfruttata – che in un piccolo centro della Basilicata, Marsicovetere, viene autorizzato un pozzo petrolifero in pieno centro urbano a poche centinaia di metri, in linea d’aria, da un ospedale. Capita che in una diga, quella del Pertusillo, vengano ritrovate tracce di idrocarburi e chi ha denunciato la contaminazione (Maurizio Bolognetti dei Radicali Lucani e Giuseppe Di Bello, ex Tenente della Polizia provinciale di Potenza, ndr) oggi è sotto processo. Capita che, sempre in Basilicata, spostandosi dalla Val d’Agri alla Valle del Sauro, dove la Total è pronta a salvare le sorti di approvvigionamento del nostro Paese, la Regione Basilicata autorizzi – per la realizzazione del costruendo centro olio – con una regolare delibera di Giunta (la 1888/2012, ndr) lo sversamento di acque di strato – tossiche – nel torrente Sauro, per effetto di una prescrizione imposta di 5 anni. Perché il torrente Sauro? Perché non ci sono pozzi di reiniezione. Viene quindi da chiedersi, in 15 anni, dove sono finiti i fanghi di perforazione? Le prime risposte arrivano da Corleto Perticara e dal rinvenimento di una discarica sopra la quale si pascolava. Questi esempi dimostrano come la Regione Basilicata, intesa come istituzione, non è mai stata ambientalista. E la svolta ambientalista non c’è stata nemmeno con l’approvazione della Legge regionale n.16 dell’8 agosto 2012, avente come oggetto l’”Assestamento del bilancio”, e contenente la cosiddetta “moratoria petrolifera”. Moratoria che il 4 ottobre il Governo ha deciso di impugnare in seno ad un braccio di ferro con la Giunta De Filippo, che ha annunciato qualche giorno prima di voler impugnare dinanzi la Corte costituzionale l’articolo 38 della Legge n.134/2012, ovvero il Decreto Sviluppo. Fare inchiesta giornalistica porta a chiedersi come mai una Regione che pochi mesi prima della moratoria firma il Memorandum d’Intesa con Stato e compagnie petrolifere – raddoppiando di fatto le estrazioni in territorio lucano ed incassando contestualmente l’approvazione dell’articolo 16 del Decreto Liberalizzazioni, che depaupera i Comuni di risorse economiche, barattate con infrastrutture di sviluppo petrolifero – decide di dire di no alle attività petrolifere? Decide di dire di no ad oltre 180 mila barili di greggio estratto giornalmente? Decide di compromettere gli introiti delle società minerarie pari a circa 20 milioni di euro al giorno? Lo strumento adatto per fermare l’aumento dei rischi di inquinamento delle falde acquifere e dei bacini idrici, con la perforazione di nuovi pozzi sui monti di Marsico Nuovo, necessari a garantire circa 26 mila barili di greggio estratti al giorno, non è certamente la moratoria petrolifera come strutturata, con carenze e contraddizioni dal punto di vista amministrativo, ed in particolar modo dal punto di vista di quei procedimenti in corso legati ad istanze di permessi di ricerca avanzate da diverse compagnie petrolifere.

Quali? La Giunta regionale, in virtù dell’articolo 37 della Legge n.16 dell’8 agosto 2012, sta negato le intese per tutte quelle istanze di permessi di ricerca (Grotte del Salice della Shell ed Anzi, Satriano di Lucania, Frusci, Masseria La Rocca dell’Eni) per le quali, precedentemente, i propri uffici regionali -in maniera contraddittoria- avevano applicato l’esclusione VIA (Valutazione d’impatto ambientale) adducendo le medesime motivazioni con le quali oggi invece si nega l’intesa. L’esclusione VIA è avvenuta ai sensi dell’articolo 15, comma 2, della Legge regionale n.47 del 1998, in virtù del quale l’Ufficio regionale competente “può subordinare la decisione di esclusione dalla VIA indicando eventuali prescrizioni o adempimenti da adottare da parte del richiedente”, confermando per suddette istanze, in base al comma 4 del medesimo articolo 15, come “l’esclusione dalla procedura di VIA viene valutata positivamente quando la realizzazione del progetto è conforme agli strumenti di pianificazione e programmazione vigenti ed i principali effetti sono compatibili con le esigenze di tutela igienico-sanitaria e di salvaguardia dell’ambiente”. Un guazzabuglio di manzoniana memoria che, rendendo debole il diniego d’intesa, funge da assist per le compagnie petrolifere che, ricorrendo a TAR e Consiglio di Stato, avrebbero certamente la meglio su un territorio già fortemente penalizzato. Come è penalizzato, ad esempio, il territorio di Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia, che sembra sorgere dentro una raffineria. Come è penalizzata la Sicilia ed il suo mare. L’Emilia Romagna e la sicurezza dei suoi impianti, in conseguenza al terremoto. Nessuna interrogazione sul Centro olio di Novi di Modena c’è stata, in seguito ad una delle scosse del 29 maggio scorso, il cui epicentro è stato localizzato a qualche centinaia di metri dall’impianto. Eppure, nel piano di emergenza esterno del Centro olio si fa riferimento ad un’area, quello che lo ospita, a bassa sismicità ma a rischio propagazione sismica e liquefazione del terreno. Come sono penalizzate Puglia ed Abruzzo, che al di là, del pericolo scongiurato per le Tremiti, rischiano comunque la colonizzazione. Come è penalizzato il territorio di Trecate, come potrebbe esserlo il territorio di Carpignano Sesia in provincia di Novara. Se dovesse andare in porto la Strategia energetica nazionale voluta dal ministro Passera, i “confini” petroliferi delle diverse regioni, potrebbero mutare. E mutare in peggio:

la Basilicata passerebbe da un 35% di territorio interessato da permessi di ricerca ad un 64%, la Puglia dal 7% al 12%, la Sicilia dal 17% al 37%, la Calabria dal 7% al 14%, la Campania dal 6% al 14%, il Molise dal 26% all’86%, l’Abruzzo dal 26% all’86%, il Lazio dal 19% al 33%, le Marche dal 22% al 26%, la Toscana dal 16% al 19%, l’Emilia Romagna dal 44% al 70%, il Veneto dal 4% al 17%, la Lombardia dal 20% al 38% e il Piemonte dall’8% al 16%. In termini di consumo del territorio potremmo tradurre quest’aumento di percentuali, in un salto dagli attuali 43.277 chilometri quadrati interessati di terraferma a 79.568 chilometri quadrati. 36.291 chilometri quadrati in più. Per il mare 40.000 chilometri quadrati in più.

Ma a chi conviene mantenere aperta la partita? La corsa all’oro nero, e la preparazione alla corsa all’oro blu, sembra essere un’illusione, che come riferimento ha numeri che non giustificano le “grandi manovre” di Passera. Al 31 dicembre 2011 la produzione di greggio si è attestata su 5.283.866 tonnellate, quasi 40 milioni di barili. L’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) comunica che l’84% della produzione nazionale proviene dalla terraferma, il restante 16% dal mare. Numeri che potrebbero aumentare se calcolassimo (e sfruttassimo) le riserve, tra le prime a livello europeo per potenzialità. Ma a quali costi ambientali e di tutela della salute? Incrociando i dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico con quelli di Assomineraria, infatti, sarebbero 800 i milioni di barili di greggio e 150 i miliardi di metri cubi di gas che si spera di produrre. Invece, potrebbero essere 900 milioni i barili potenziali delle nostre riserve e 180 miliardi i metri cubi di gas ambìti. Escludendo le riserve i numeri paiono importanti. In ogni caso, potrebbero incidere poco sulle percentuali di greggio importato dall’Italia, pari nel 2011 a 72 milioni di tonnellate (circa 468 milioni di barili), pari a poco più del 92% del totale. Con 27 milioni di tonnellate, i maggiori fornitori dell’Italia sono i Paesi dell’ex-Unione Sovietica (circa 175 milioni di barili). 19 milioni di tonnellate arrivano dal Medio Oriente (circa 123 milioni di barili) e 15 milioni e mezzo di tonnellate dal continente africano (circa 100 milioni di barili). Il resto proviene dall’Europa e dalle Americhe. Ma il confronto tra quello che potremmo produrre e quello che importiamo dice altro. Ipotizzando di estrarre nei prossimi dieci anni gli 800 milioni di barili di greggio ancora da produrre (tempo medio per mettere in produzione un giacimento), le importazioni potrebbero essere “sgravate” di circa 80 milioni di barili all’anno, ovvero, più o meno, del 17% ogni anno, e per un periodo limitato di tempo. Quantità che influirebbero moltissimo a livello di impatti ambientali e consumo del territorio, già messo a dura prova dalle infrastrutture a supporto delle attività estrattive: 16 raffinerie, 554 depositi di oli commerciali e 41 oleodotti -13 per il trasporto di greggio e 28 per il trasporto di prodotti petroliferi-, di cui 14 di proprietà Eni, pari a 2.515 chilometri di autostrade d’acciaio, come la distanza -andata e ritorno- tra Vibo Valentia, in Calabria, e Bolzano, in Trentino Alto Adige. E poi i nuovi gasdotti, rigassificatori e progetti di stoccaggio per fare dell’Italia l’hub del gas europeo. La evocata autosufficienza economica e la sicurezza degli approvvigionamenti sarebbe un business per le sole compagnie petrolifere.

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