Petrolio all’italiana, trivelle inglesi e navi militari

In mare le risorse possibili sarebbero pari a poco più di 13 miliardi di metri cubi, quelle probabili quasi 35 miliardi. Un sesto del nostro fabbisogno annuo. Un affare ghiotto solo ed esclusivamente per le casse dello Stato.

Gli inglesi intendono sbarcare nel Mar Jonio per ricercare idrocarburi. Infatti, il 13 maggio scorso, la Transunion Petroleum Italia srl – controllata dalla britannica Transunion Petroleum LTD – ha presentato alcune integrazioni al progetto di Valutazione d’impatto ambientale (Via) relativo all’ottenimento del permesso di ricerca denominato “d 68 F.R-.TU”. La sollecitazione è arrivata direttamente dal ministero dell’Ambiente dopo aver valutato la prima documentazione depositata nel maggio del 2013 dalla società. Pertanto, a distanza di un anno, il progetto della Transunion Petroleum viene avallato nonostante ben 19 osservazioni di opposizione presentate da associazioni, cittadini ed Enti, tra i quali il parete contrario della Regione Puglia. Manca, invece, all’appello l’opposizione formale della Regione Basilicata, espresso con regolare deliberazione (la n.1508 del 14 novembre 2013).

Il permesso di ricerca “d 68 F.R-.TU” – esteso su 623,47 chilometri quadrati – è situato nel Golfo di Taranto tra Policoro e Trebisacce, e rientra nelle competenze di 3 Regioni (Basilicata, Calabria e Puglia), 5 Province (Cosenza, Crotone, Lecce, Matera, Taranto) e 49 Comuni.

In questa prima fase di esplorazione si prevede l’applicazione della tecnica “air-gun”, metodo di rilievo sismico che secondo la Transunion Petroleum avrebbe impatti limitati sull’ambiente valutabili nel corso delle attività, ma che alcuni studi internazionali inseriscono tra le possibili cause di forti danni alla fauna marina e dello spiaggiamento di cetacei che proprio nel Mar Jonio costituiscono, insieme a quello delle tartarughe, uno dei “santuari” più importanti del Mar Mediterraneo.

Una risorsa minacciata come lo sono le attività di pesca, gli indotti turistici, le aree marine protette ed i luoghi di riproduzione della fauna ittica. “In una fase successiva del progetto, qualora si arrivasse alla perforazione di uno o più pozzi esplorativi ci sarebbero implicazioni almeno per i prossimi 20 o 30 anni”. Questo denunciano le associazioni ambientaliste attive nell’arco jonico, a causa in un vero e proprio “effetto domino”. Infatti, la costa jonica ed il mare prospiciente, da quando l’ex ministro allo Sviluppo economico del Governo Monti, Corrado Passera – nel puntellare la Strategia energetica nazionale – ha varato la cosiddetta “sanatoria off-shore”, con la quale sono state condonate tutte le richieste di ricerca ed estrazione bloccate dal Decreto Prestigiacomo del 2010, sono stati tramutati in un vero e proprio bersaglio per diverse società petrolifere.

Ad oggi, solo nel Mar Jonio, sono 12 i procedimenti in corso, alcuni addirittura sottocosta, altri in una linea di ricongiungimento con l’Adriatico meridionale. Uno scenario di sfruttamento energetico che andrebbe ad aggiungersi ad attività petrolifere già presenti ed invasive, addirittura localizzate tra i 2 e gli 8 chilometri di distanza dalle coste di Crotone. Entro gli attuali limiti di 12 miglia (19 chilometri) imposti dalla normativa vigente. Infatti, sono presenti 4 impianti offshore (Hera Lacinia 14, Hera Lacinia Beaf, Luna A e Luna B) e 34 pozzi produttivi, dai quali si estrae oltre 1 miliardo di metri cubi di gas. La società titolare delle concessioni è la Ionica Gas, operativa dal gennaio 2010 e controllata al 100% da Eni. Numeri importanti che rientrano in una mappatura nazionale ben più ampia che – secondo gli ultimi dati forniti dall’Unmig (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse) – disegna una superficie di quasi 66 mila chilometri quadrati a rischio prospezioni. 68 le concessioni di coltivazioni nel sottofondo marino, 9 le istanze per l’ottenimento di nuove concessioni, 20 i permessi di ricerca vigenti in mare e 44 le nuove istanze.

E’ chiaro che siamo di fronte ad un affare ghiotto solo ed esclusivamente per le casse dello Stato, che vorrebbe dare una sferzata positiva alle proprie entrate fiscali, senza spostare minimamente la nostra dipendenza dall’estero, che incide per il 90 per cento. A suggerirlo, in un recente articolo apparso su Il Messaggero, Romano Prodi – ex presidente del Consiglio e tra i fondatori dell’Istituto Nomisma – che rilancia in merito al raddoppio delle estrazioni di greggio e gas nel nostro Paese, partendo innanzi tutto dalla Basilicata, con uno sguardo al mar Adriatico e alle altre aree marine del Mediterraneo rimodulate dall’ex ministro allo Sviluppo economico del Governo Letta, Flavio Zanonato, con Decreto ministeriale del 9 agosto 2013. Tutto in linea con la Strategia energetica nazionale che, oltre all’applicazione della nuova Direttiva 2013/30/UE – in Italia ancora in fase di stallo -, punta a mettere le mani su quasi tutte le riserve dichiarate alla data del 31 dicembre 2013, distinguibili tra certe, probabili e possibili. In mare le risorse possibili sarebbero pari a poco più di 13 miliardi di metri cubi. Quelle probabili quasi 35 miliardi di metri cubi. Un sesto del nostro fabbisogno annuo.

Quantità bassissime che si intende portare a casa anche grazie alla modifica del Titolo V della Costituzione, in merito alle quali potrebbero aprirsi dei contenziosi internazionali. Tanto che il ministero dello Sviluppo economico ha firmato, di recente, una convenzione con la Marina Militare, al fine di proteggere i nostri giacimenti marini da eventuali operazioni di “sciacallaggio” da parte dei Paesi frontalieri che si affacciano sul Mediterraneo, impegnati in operazioni di ricerca e prospezione di idrocarburi nel Mar Adriatico, nel Mar Tirreno e lungo l’asse che collega Jonio, mar di Sicilia, Malta e nord Africa. Per il momento, sul piatto della bilancia ci sarebbero quelle fette di mare che l’Italia divide con Francia e Spagna, ad ovest della Sardegna e con la Croazia nell’Adriatico. Il Paese croato, di recente, ha dato il via ad una vera e propria asta per l’attribuzione di permessi di ricerca di idrocarburi in mare almeno per i prossimi 25 anni. Lo schieramento della Marina Militare a difesa delle piattaforme petrolifere e gassifere italiane e del mare nazionale dimostrano come le risorse di idrocarburi marini rappresentano una risorsa dall’interesse strategico ed una ricchezza fiscale.

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