Italia sempre più paradiso per petrolieri

Gli articoli 20 e 21 della bozza di manovra sulle cosiddette liberalizzazioni, diffusa dal Corriere della Sera, toccano da vicino due temi cui Altreconomia ha dato ampio spazio negli ultimi mesi, ovvero quelle norme che fanno dell’Italia un “paradiso per petrolieri“, come dimostra anche l’infografica pubblicati sul numero 131 di Ae.

I circa 1010 pozzi produttivi di petrolio e gas, in terraferma ed in mare, presenti su tutto il territorio italiano potrebbero presto aumentare. Il pericolo è quello di una totale deregolamentazione di norme e limiti territoriali per effetto del “liberalizzazioni”, di prossima emanazione. La categoria del petrolieri, così, potrebbe essere l’unica a non protestare, perché leggendo la bozza del decreto Liberalizzazioni -nello specifico gli articoli 20, 21 e 22, vedi box- le compagnie petrolifere otterrebbero ulteriori vantaggi in materia di semplificazione e liberalizzazione delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, legati anche alla promozione degli investimenti offshore. Un nuovo quadro, da far-west, che va ad aggiungersi alle percentuali di royalties di compensazione ambientale alle Regioni interessate dalle estrazioni di greggio e gas, tra le più basse del mondo. Le società cedono, infatti, solo il 4% dei loro ricavati per le estrazioni in mare e il 10% (7% + 3% destinato a un Fondo idrocarburi, ndr) per le estrazioni sulla terraferma.

La prospettiva energetica del nostro Paese, quindi, non sembra essere delle più rosee. Su questa stessa lunghezza d’onda è Angelo Bonelli, presidente della Federazione dei Verdi, il quale non esita a definire i sopraccitati articoli 20, 21 e 22, come “norme scritte dai petrolieri”. Auspicando un passo indietro da parte del Governo Monti, il leader dei Verdi parla anche di “vergogna senza precedenti”, perché le bozze degli articoli 20, 21 e 22 “rappresentano la svendita del territorio italiano alle lobby del petrolio che potranno trivellare, con un ‘trucchetto’ legislativo anche nelle aree marine protette, a distanze dalla costa ridotte da 12 miglia a 5 miglia ed attività di prospezione e coltivazioni di idrocarburi libere. Siamo alla follia”.

In effetti, sarebbero da approfondire tutte le ricadute del comma 2 dell’articolo 22, in virtù del quale i Ministeri competenti (Sviluppo economico, Ambiente e Difesa, ndr) d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni andranno ad individuare “quelle aree del territorio nazionale e della zona economica esclusiva all’interno delle quali selezionare i blocchi da assegnare, tramite gara europea, agli operatori aventi adeguate competenze tecniche, organizzative ed economiche, per l’esercizio del diritto di esclusiva delle attività” di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Una perimetrazione del territorio italiano destinato a possibili trivellazioni assoggettato esclusivamente ad interessi strategici ed economici.

Una follia che il Governo cerca di giustificare tirando in ballo Standard e Poor’s, l’agenzia di rating che individuerebbe tra i parametri di solidità economica lo sviluppo delle attività petrolifere. Ad ogni costo, potremmo aggiungere. Senza tenere conto dell’altissimo prezzo ambientale ai danni dei nostri mari (solo in Sicilia le richieste di prospezione interessano oltre 1000 Kmq), di regioni quali l’Abruzzo e la Basilicata, di aree ad enorme valore turistico, agricolo e paesaggistico (Egadi, Pantelleria, Tremiti), sulle quali hanno da tempo messo gli occhi società come Northern Petroleum, Audax, Eni, Total, Edison, Shell.

Uno dei primi a commentare, positivamente, il decreto Liberalizzazioni è Vito De Filippo, presidente della Regione Basilicata – la più asservita al fabbisogno energetico italiano e destinata al raddoppio delle estrazioni –, dichiarando che il “decreto legge che il Governo si appresta a varare domani avvia a definitivo compimento il lavoro avviato col memorandum nell’ottica di prevedere per i lucani un ristoro economico per l’impegno dato in campo energetico al Paese. Tale ristoro va inteso in relazione alla presenza di attività industriali, quelle legate agli idrocarburi, che non generano direttamente occupazione e sviluppo nei territori”. Il governatore parla anche di royalties, stimando un aumento aggiuntivo rispetto a quelle attuali, “da circa 160 milioni a 350 milioni per effetto dell’aumento del prezzo del greggio”, per effetto dell’aumento delle estrazioni e dei pozzi produttivi, nonostante – in questo senso – arrivino le smentite regionali: “le estrazioni potrebbero aumentare da 80 mila a 104 mila barili di greggio al giorno, ma senza realizzare un numero maggiore di pozzi rispetto a quelli già previsti dai precedenti accordi”.

Il rischio di “trivellazioni libere” arriva a pochi giorni dalla manifestazione nazionale in programma a Monopoli, in provincia di Bari, sabato 21 gennaio 2012. Per il Comitato “No petrolio, sì energie rinnovabili” – con il supporto di associazioni, cittadini ed amministrazioni comunali meridionali – sarà l’occasione per ribadire il no allo sfruttamento petrolifero nel mare di Puglia e nell’intero Sud Italia.

Focus. Lungi dall’amplificare la tutela dell’ambiente e dell’interesse alla salute pubblica, il governo con la manovra intende favorire “gli investimenti di sviluppo delle risorse energetiche nazionali strategiche di idrocarburi, garantendo maggiori entrate per lo Stato” come spiega l’articolo 20: entro sei mesi, spiega la relazione, “sono stabilite le modalità di destinazione di una quota di tali maggiori entrate per lo sviluppo di progetti infrastrutturali e occupazionali di crescita dei territori di insediamento degli impianti produttivi e dei territori limitrofi”.

“Lo sviluppo di risorse nazionali di petrolio e gas naturale, strategiche per l’approvvigionamento energetico del Paese -spiega la relazione governativa-, può consentire nell’immediato di realizzare investimenti di sviluppo pari, nella sola Regione Basilicata, a 6 miliardi di euro, garantendo una produzione aggiuntiva di idrocarburi nei prossimi 20 anni per un valore economico di almeno 30 miliardi di euro ed entrate aggiuntive per lo Stato (tra royalties e entrate fiscali)”. Risorse che, come abbiamo spiegato nell’articolo Petrolio coast to coast” (Ae 125), non restano sul territorio. Inoltre, nel nostro Paese le royalties sono molto più a buon mercato che nel resto d’Europa: “In Norvegia l’80% del ricavato dell’industria petrolifera viene riscosso dallo Stato. Introiti che in larga parte finiscono in uno speciale fondo pensioni che, ad oggi, ammonta a circa 300 miliardi di euro, quanto il Pil annuale norvegese. In Inghilterra, invece, le compagnie devono pagare una tassa speciale aggiuntiva del 32%. In Italia, di contro, oltre alle tasse governative le società cedono solo il 4% dei loro ricavati per le estrazioni in mare e il 10% (7% + 3% destinato a un Fondo idrocarburi, ndr) per le estrazioni sulla terraferma”.

Per favorire lo sviluppo dell’estrazione di petrolio in Italia, all’articolo 2 il governo rende possibile la ricerca di giacimenti petroliferi offshore anche vicino alla coste, vincolando solo le prime 5 miglia di mare (“Si vuole, ancora, rendere possibili le attività di ricerca e prospezione di idrocarburi in una area più vicina alle coste senza compromettere l’ecosistema che è, in ogni caso, già protetto dalle stringenti normative nazionali di tutela ambientale. Il limite proposto delle 5 miglia (prima era 12, ndr) appare adeguato a garantire la protezione ambientale rispetto alle attività di ricerca e prospezione salvaguardandone al contempo le ricadute economiche non solo per le imprese del settore ma anche per lo Stato e gli enti locali. Così come il riferimento alle linee di costa anziché alle linee di base rende omogeneo l’impianto della norma e ne garantisce un’applicazione parametrata a un dato fisico certo, le linee di costa, piuttosto che convenzionale e incerto, come le linee di base”). In California il limite è a 160 chilometri. In Florida a 200.

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