Il Veneto dice di no alle trivelle

Una proposta di legge, inviata al Parlamento, sancisce il divieto di “ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nelle province di Venezia, Padova e Rovigo”, nelle aree marine poste entro le 12 miglia dalla costa e nell’entroterra, per fermare l’abbassamento del suolo dovuto alle estrazioni. Per le corporation del gas a rischio un affare da 30 milioni di metri cubi in 20 anni.

Il Veneto dice di no alle trivellazioni sul proprio territorio. Lo fa in sede di Consiglio regionale con una Proposta di legge statale (Pls) n.11, inviata al Parlamento, che sancisce il divieto di “ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi nelle province di Venezia, Padova e Rovigo”, nelle aree marine poste entro le 12 miglia dalla costa e nell’entroterra. Operazione non facile, ma possibile, considerando il sostegno ottenuto dalla Pls da numerosi Consigli comunali ed approvata con accordo bipartisan. Un diniego assoluto che dovrà passare per la modifica dell’articolo 6 del Decreto legislativo n.152 del 3 aprile 2006, con l’inserimento del comma 17 bis, riguardante la prevenzione del fenomeno della subsidenza.

E di subsidenza in Veneto ne sanno qualcosa. Infatti, il graduale abbassamento della crosta terrestre attribuibile anche all’estrazione del gas metano, nel 1951 in Polesine – l’attuale provincia di Rovigo – fu tra le cause della famosa alluvione, vista l’incidenza del fenomeno subsidenziale sul cedimento degli argini dei fiumi. In quel periodo, fino agli inizi degli anni Sessanta, nel territorio del Delta del Po Adige si arrivò ad estrarre fino a 300 milioni di metri cubi di gas all’anno.

Una ricchezza che i veneti hanno deciso di non sfruttare più, puntando tutto su agricoltura e sviluppo ambientale. “Con la strada intrapresa sia dal punto di vista normativo che da quello della convergenza politica, il Veneto si pone come modello di riferimento per gli altri territori fragili e si mette al riparo da eventuali evoluzioni normative come quella contenuta in una delle tante bozze del decreto Milleproroghe che agevolava proprio la ricerca e lo sfruttamento di idrocarburi dal sottosuolo”. Sono queste le prime dichiarazioni di Graziano Azzalin, consigliere regionale in quota Partito Democratico, primo firmatario della proposta di legge. Una vera e propria svolta nella corsa alle risorse gassose del veneto, nella quale tentano di inserirsi numerose multinazionali petrolifere.

Edison, Medoilgas Italia ed Eni –quest’ultima titolare piena o a maggioranza di ben 8 concessioni di coltivazione di gas nella zona marina dell’alto Adriatico– potrebbero veder sfumare un affare legato all’estrazione di oltre 30 milioni di metri cubi di idrocarburi in vent’anni, ed anche di più, corrispondenti al fabbisogno energetico nazionale di soli sei mesi. Per non parlare della texana Aleanna Resources LLC, con sede italiana a Matera, e della Northsun Italia che aspettano solo di avviare i loro progetti sulla terraferma proprio nelle province “interdette” di Padova, Rovigo e Venezia, per effetto delle istanze di permesso di ricerca “La Risorta”, “Le Saline” e “Tre Ponti”.

Discorso diverso vale per la provincia di Treviso nella quale, dal 2004 al 2011, sono stati estratti oltre 26 milioni di metri cubi di gas naturale, in un’area delimitata da due concessioni, che vedono come titolari Edison, Petrorep Italiana e Medoilgas Italia.

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