L’Unione europea torna a occuparsi di fracking

L’invito per gli Stati membri ad “adeguare la loro legislazione”. Con una comunicazione ufficiale della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo, l’Ue ribadisce la necessità di effettuare una valutazione strategica dell’impatto ambientale prima del rilascio delle autorizzazioni per la ricerca e la produzione di idrocarburi non convenzionali. Ma in merito alle misure di sicurezza da adottare ed alla natura “discrezionale” del documento sorgono dubbi e contraddizioni.

Dopo aver messo mano, lo scorso 9 ottobre 2013, alla Direttiva 2011/92/UE sulla Valutazione d’impatto ambientale (Via) – con l’introduzione di 2 emendamenti che regolamentano l’estrazione di shale gas e lo sviluppo dei programmi esplorativi di idrocarburi non convenzionali nel Vecchio Continente -, l’Unione europea torna alla carica sul fracking. Lo fa con una comunicazione ufficiale della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo, nella quale vengono invitati tutti gli Stati Membri ad “adeguare la loro legislazione applicabile agli idrocarburi in caso di fratturazione idraulica”.

Ne consegue, pertanto, la necessità di effettuare una valutazione strategica dell’impatto ambientale prima del rilascio delle autorizzazioni per la ricerca e la produzione di idrocarburi non convenzionali, una caratterizzazione ed una valutazione dei rischi associati, una “valutazione delle condizioni iniziali (ad esempio dell’acqua, dell’aria, della sismicità), al fine di stabilire una situazione di riferimento per la successiva sorveglianza o in caso di incidente”, attuare un processo coordinato di informazione al pubblico e di monitoraggio completo, isolamento dei pozzi dalle formazioni geologiche circostanti, in particolare per evitare la contaminazione delle acque sotterranee.

Una sorta di vademecum – di raccomandazione – che, però, concede ai Governi locali la possibilità di “decidere se avviare attività di ricerca o di produzione del gas naturale dalle formazioni di scisto o da altri idrocarburi non convenzionali. Tuttavia, coloro che decidono di farlo devono assicurarsi che sussistano le condizioni adeguate. A tal fine e anche per contribuire ad affrontare le preoccupazioni del pubblico, dovranno adottare misure per prevenire, gestire e ridurre i rischi associati a tali attività”. E proprio in merito alle misure di sicurezza da adottare ed alla natura “discrezionale” del documento redatto dall’Unione europea che sorgono dubbi e contraddizioni. Infatti, mentre – da una parte – lo stesso legislatore europeo ammette di non disporre di una adeguata legislazione in materia “per quanto concerne la pianificazione e la valutazione ambientale strategica, la valutazione dei rischi sotterranei, l’integrità dei pozzi, il monitoraggio delle condizioni iniziali e la sorveglianza operativa, la cattura delle emissioni di metano e la divulgazione di informazioni sulle sostanze chimiche utilizzate in ogni singolo pozzo”, dall’altra si invitano gli Stati Membri a rispettare le regole e “a recepire e applicare correttamente la normativa Ue vigente”. Sullo sfondo, il monito di diversi esperti dell’Agenzia internazionale dell’energia e di altri organismi che confermano “la necessità di regole rigorose e chiare”.

In materia di estrazione di idrocarburi non convenzionali e sull’uso della tecnica della fratturazione idraulica le uniche certezze – come sottolineato dalla Commissione europea – sembrano riguardare i rischi per l’ambiente, come quello della “contaminazione delle acque sotterranee e di superficie. Nella maggior parte degli Stati membri, le acque sotterranee sono una preziosa fonte di acqua potabile o di acqua destinata ad altri usi. I rischi di contaminazione sono legati soprattutto alle sostanze chimiche utilizzate nel processo di fratturazione idraulica”. Ma, nonostante questo, si invitano i governi intenzionati a favorire la produzione di gas di scisto, a garantire la protezione dell’ambiente, del clima e della salute pubblica in presenza di una normativa europea non idonea. Un aspetto, questo, fondamentale che preoccupa centinaia di associazioni e comitati che in tutto il Vecchio Continente si oppongono al fracking. Quasi 350 gruppi, tra i quali il comitato romeno “Romanii din it no fracturarii hidraulice”, nato in Italia per sostenere la causa dei cittadini romeni che da mesi, in patria, si oppongono fermamente ai progetti della Chevron per la ricerca e l’estrazione di shale gas. I suoi attivisti, sottolineano come “la Commissione europea, dopo aver inizialmente promesso l’elaborazione di un quadro normativo che regolasse la fratturazione idraulica ha deciso, sulla spinta di Romania, Polonia, Ungheria e Gran Bretagna, di elaborare solo una serie di raccomandazioni prive di potere legislativo”.

Ora, nel merito delle raccomandazioni europee, la parola passa al Governo italiano ed alle regioni, le quali – entro il 6 marzo 2014, ed in ottemperanza alla Legge n.234 del 24 dicembre 2012 su “Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” – dovranno predisporre le loro eventuali osservazioni al Governo, ai fini della formazione della posizione italiana. Governo, già impegnato da una risoluzione approvata il 18 settembre 2013 dalla Commissione ambiente della Camera, su proposta del deputato Filiberto Zaratti (Sel) sull’esclusione di ogni attività legata al fracking nel sottosuolo italiano. Serve, però, dotarsi di una legge e subito, perché non possono bastare le rassicurazioni del ministero dello Sviluppo economico che “informa che l’Italia ha adottato nel marzo 2013 una Strategia Energetica Nazionale che non prevede il rilascio di licenze per la ricerca e lo sfruttamento dello shale gas”.

L’Europa sembrerebbe aver fretta di rendere appetibili i 16 mila miliardi di metri cubi di gas di scisto classificati tra le risorse stimate tecnicamente recuperabili ed i promotori della campagna italiana “No Fracking Italy”, di fronte all’annunciato scenario attuale, continueranno la loro opera di informazione e sensibilizzazione.

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